Ascensione del Signore alla Christiana Fraternitas: "La solidarietà ontologica tra il Cristo glorioso e il suo corpo ecclesiale. Dove è giunto il capo è chiamato a giungere anche il corpo".
- 17 mag
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"Cristo ascende portando con sé la nostra umanità. L’umanità glorificata del Risorto entra nel santuario celeste come primizia della redenzione dell’intera creazione" sono le parole di un passaggio dell'omelia che ha tenuto l'Abate Perrella in occasione della Solennità dell'Ascensione del Signore.

Alla Christiana Fraternitas, presso la Cappella "Santi Benedetto e Scolastica" sabato 16 maggio 2026 alle ore 20.00, si è tenuta la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola in Ascensione Domini.
Qui sotto il testo integrale dell'omelia del nostro
Reverendissimo Padre Abate dom Antonio Perrella
Carissimi Fratelli e Sorelle, cari amici ed amiche,
la solennità dell’Ascensione del Signore ci introduce in una soglia teologica decisiva, quasi in uno spartiacque nella storia della Chiesa e nella storia di fede di ciascuno di noi: il Cristo risorto, che per quaranta giorni si è manifestato ai discepoli, ora entra definitivamente nella gloria del Padre.
Tuttavia la liturgia di questa domenica evita accuratamente ogni interpretazione semplicemente spaziale o cosmologica dell’evento. L’Ascensione non descrive un allontanamento di Cristo dal mondo, ma la trasformazione della sua presenza nel mondo. Proprio per questo motivo la tradizione liturgica romana unisce continuamente il tema dell’elevazione gloriosa del Signore a quello della sua permanenza nella Chiesa.
1. Il racconto degli Atti degli Apostoli (At 1,1-11) mostra i discepoli fermi a guardare il cielo. Lo sguardo degli apostoli sembra ancora prigioniero di una concezione materiale della presenza del Signore: essi cercano Gesù in un luogo, mentre il Risorto sta introducendo i suoi nella novità di una presenza ormai universale, sacramentale ed ecclesiale. Per questo gli angeli intervengono con una domanda che possiede una forza quasi ascetica: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (At 1,11).
La tradizione patristica ha compreso con profondità questo passaggio. Agostino d’Ippona insiste sul fatto che l’Ascensione non implica alcuna separazione del Cristo dalla sua Chiesa. Nel Sermone 263 afferma: «Infatti non ascese in modo da allontanarsi da noi; ed ecco, egli è con noi fino alla fine del mondo» . E per rafforzare questa certezza poi aggiunge: «Ascese senza abbandonarci» .
L’Ascensione inaugura dunque una modalità nuova della presenza del Risorto tra i suoi. Cristo non è più circoscritto ai limiti della sua manifestazione storica, ma si rende presente nel mistero della Chiesa, nella Parola, nei segni della fede, nella comunione ecclesiale, nella memoria della sua Cena.
Per la nostra comunità monastica questo tema possiede una particolare rilevanza spirituale. La vita benedettina vive precisamente di questa presenza invisibile ma reale: il monastero custodisce nel silenzio la memoria di un Cristo che sembra sottrarsi agli occhi, ma che in realtà si rende ancora più intimamente presente.
I testi eucologici della liturgia dell’Ascensione sviluppano questa prospettiva con accenti poetici meravigliosi. Il Prefazio I proclama:
«Il Signore Gesù, re della gloria, vincitore del peccato e della morte, oggi è salito al cielo tra il coro festoso degli angeli. Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e Signore dell’universo, non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra».
Qui la liturgia romana evita accuratamente ogni dualismo spiritualistico. Cristo ascende portando con sé la nostra umanità. L’umanità glorificata del Risorto entra nel santuario celeste come primizia della redenzione dell’intera creazione.
Questa dimensione viene sviluppata con straordinaria intensità dalla teologia monastica medievale. Bernardo di Chiaravalle contempla l’Ascensione come glorificazione della carne umana: «Oggi la nostra terra è stata elevata sopra tutti i cieli» . L’espressione è teologicamente densissima. “Terra nostra” non indica soltanto l’umanità di Cristo, ma la condizione umana stessa, fragile e mortale, che viene introdotta nella gloria del Padre. Bernardo comprende che l’Ascensione è il compimento dell’Incarnazione: colui che era disceso fino alla condizione servile dell’uomo conduce ora l’uomo dentro la vita divina.
Per questo la spiritualità monastica non può essere interpretata come fuga dal mondo materiale. Al contrario, proprio il mistero dell’Ascensione mostra che la carne è destinata alla gloria. Anche la stabilitas benedettina acquista qui un significato escatologico: il monaco resta fedele a un luogo, a una comunità, a una concreta forma di vita, perché attende la trasfigurazione di quella stessa realtà umana che Cristo ha assunto e glorificato.
2. La seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Efesini (Ef 1,17-23), amplia ulteriormente l’orizzonte teologico della festa e ci fa compiere un passaggio successivo. Paolo contempla il Cristo asceso come Signore cosmico: «Lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Potenza» (Ef 1,20-21).
L’Ascensione manifesta dunque la sovranità universale del Risorto. Tuttavia questa regalità non è dominio mondano; è la signoria del Crocifisso glorificato, che ricapitola in sé tutte le cose.
L’umanità viene innalzata in Cristo oltre i limiti della propria condizione decaduta. La speranza cristiana nasce precisamente da questa solidarietà ontologica tra il Cristo glorioso e il suo corpo ecclesiale. Dove è giunto il capo, è chiamato a giungere anche il corpo.
Qui emerge una dimensione profondamente monastica dell’Ascensione. La vita contemplativa non cerca evasione psicologica o esperienze straordinarie; essa è piuttosto lenta conformazione al Cristo glorificato. L’ascesi, il silenzio, la lectio divina, la stabilità, la liturgia delle ore diventano progressiva educazione del desiderio umano alla comunione definitiva con Dio.
3. Infine, il Vangelo di Matteo (Mt 28,16-20) conduce il mistero dell’Ascensione alla sua sintesi più alta. Il Risorto affida ai discepoli la missione universale, ma conclude con una promessa sorprendente: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
L’apparente paradosso è il cuore stesso della festa: Cristo ascende e nello stesso tempo rimane. L’assenza visibile inaugura una presenza più profonda.
L’Ascensione apre così il tempo missionario della Chiesa. Cristo non è meno presente perché non è più visibile; è presente in modo più universale e misterioso. La liturgia a noi tanto cara custodisce precisamente questa forma nuova della presenza del Risorto.
Per noi questo mistero possiede un valore quasi paradigmatico. Il monaco vive nella tensione tra assenza e presenza, tra nascondimento e comunione, tra silenzio e Parola. La clausura stessa può essere compresa come segno escatologico: non separazione dal mondo, ma anticipazione discreta della Gerusalemme celeste verso cui il Cristo asceso conduce tutta la creazione.
L’Ascensione, allora, non è il congedo di Cristo dalla storia, ma l’inizio della liturgia celeste nella quale la Chiesa è già misteriosamente inserita. Ogni comunità monastica, la nostra Comunità monastica, perseverando nella preghiera e nella lode, diventa segno di questa umanità già orientata verso il cielo, mentre ancora cammina sulla terra.
Noi siamo il già ed il non ancora della umanità nuova che Gesù ha seminato nella storia e che sta germogliando, misteriosamente, silenziosamente ma inesorabilmente, perciò buona ascensione a tutti nella benedizione del Signore risorto. Amen.
dom Antonio Perrella +
Qui sotto il video dell'omelia



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