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Solennità delle Opere di Dio in San Benedetto da Norcia. La Christiana Fraternitas in ritiro fuori porta: "Opera il bene, cerca la pace e seguila" (RB Prologo).

  • 12 lug
  • Tempo di lettura: 15 min

"I santi infatti sono esegesi viventi dell’ Evangelo di Gesù. In loro la Parola di Dio custodita e tramandata dalla Scrittura diventa carne, storia, decisione, istituzione, stile. Benedetto non ha scritto un trattato sistematico di teologia, ma la sua Regola è una teologia vissuta: una teologia dell’ascolto, del tempo, del corpo, della fraternità, dell’autorità, della pace, della conversione". Sono alcune parole della predicazione che l'Abate dom Antonio Perrella ha tenuto per la solenità del Patrono d'Europa.

Venerdì 10 luglio 2025 si sono avuti due giorni di grazia per la Christiana Fraternitas che ha deciso di rinnovare l'usanza di passare la Solennità delle Opere di Dio in San Benedetto da Norcia in un ritiro fuori porta. La festa si è aperta con la Celebrazione Capitolare Ecumenica dei primi vespri alle ore 17.30. Il tema del ritiro è stato il salmo 33(34) citato da San Benedetto nel Prologo della Regola: "Opera il bene, cerca la pace e seguila". L'Abate ha tenuto due predicazioni per dare spunti su cui lavorare per la vita spirituale.



Testo integrale dell'omelia del Reverendissimo Abate dom Antonio Perrella

in occasione dei primi vespri della Solennità di San Benedetto 2026


Testi di riferimento Sir 50,10.12b-13a.20


Carissimi Fratelli e Sorelle,

nei primi vespri della solennità di San Benedetto, la liturgia monastica non ci consegna un racconto della sua vita, né una pagina della Regola, ma una visione sacerdotale tratta dal libro del Siracide. Il testo contempla Simone, sommo sacerdote, nel fulgore della liturgia del tempio: «come un ulivo verdeggiante pieno di frutti», «come un cipresso svettante tra le nuvole», circondato dai fratelli, e infine con le mani alzate sull’assemblea per benedire il popolo.

È una pagina di grande bellezza che ci consegna una teologia della forma spirituale della vita di fede e della vita monastica in particolare.

Il Siracide non descrive semplicemente un uomo rivestito di splendore. Descrive un uomo diventato capace di benedire. E questo è un dato decisivo: non ogni uomo religioso è capace di benedire; non ogni uomo che parla di Dio lascia passare Dio; non ogni autorità spirituale genera pace; non ogni parola sacra è parola abitata dallo Spirito.

Per poter alzare le mani e benedire, bisogna prima aver lasciato che Dio purifichi il cuore. Per poter guidare altri, bisogna prima essere stati guidati. Per poter indicare una via, bisogna prima aver imparato a distinguere le vie.

Il tema che svilupperemo oggi e domani è un invito del salmo 34 che San Benedetto ha riportato nel Prologo della Regola «Operare il bene, cercare la pace e seguirla». Fare questo non è arte da poco, non è attività semplice. Richiede anzitutto e prima di tutto l’attitudine al discernimento.

Il discernimento non è semplicemente la capacità di scegliere tra una cosa buona e una cattiva. Questo, talvolta, è ancora il livello più elementare. Il discernimento più difficile nasce quando davanti a noi non c’è il male evidente, ma un bene apparente; quando una cosa sembra opportuna, utile, perfino spirituale, e tuttavia non viene da Dio; quando una parola sembra vera, ma è pronunciata senza carità; quando una decisione sembra coraggiosa, ma nasce dall’orgoglio; quando una pace sembra desiderabile, ma in realtà è solo paura del conflitto; quando uno zelo sembra santo, ma produce durezza, divisione, sospetto.

Discernere significa imparare a chiedere non soltanto: “Che cosa voglio?”, ma: “Da dove viene ciò che voglio?”. Non soltanto: “Che cosa mi sembra giusto?”, ma: “Quale spirito mi muove mentre cerco la giustizia?”. Non soltanto: “Che cosa devo fare?”, ma: “Che cosa, in questa situazione concreta, conduce più realmente a Cristo Signore?”.

La tradizione monastica ha compreso molto presto che la vita spirituale non è mai un cammino ingenuo. Il cuore umano è profondo, ma è anche confuso. Può cercare Dio e cercare sé stesso nello stesso movimento. Può compiere opere buone e nutrire segretamente il proprio io. Può obbedire esteriormente e ribellarsi interiormente. Può parlare di comunione e difendere, in realtà, il proprio possesso.

Per questo i padri del deserto hanno posto al centro della vita monastica la “custodia dei pensieri”. Non basta custodire i comportamenti esteriori. Bisogna imparare a leggere i pensieri, i logismoi, quei movimenti interiori che precedono le parole, le decisioni, le reazioni. Prima che un gesto diventi atto, è stato pensiero; prima che una divisione diventi frattura, è stata immaginazione nutrita; prima che una parola ferisca, è stata giudizio custodito nel cuore.

Cassiano, grande maestro della tradizione monastica occidentale, dice che la discretio è madre, custode e regolatrice delle virtù. Senza discernimento anche la virtù può ammalarsi. Il digiuno può diventare durezza. Il silenzio può diventare disprezzo. L’obbedienza può diventare infantilismo. La franchezza può diventare aggressione. La prudenza può diventare viltà. La misericordia può diventare complicità. La verità può diventare arma.

San Benedetto conosce bene questa sapienza. Nella Regola non costruisce una comunità di entusiasti spirituali, ma una scuola di uomini e donne che imparano a cercare Dio nella verità. Per questo, quando parla dell’ingresso di un novizio, non dice: accoglietelo subito perché è generoso. Dice: «Provate gli spiriti, se sono da Dio». E aggiunge che bisogna vedere se il novizio cerca veramente Dio, se è sollecito per l’Opus Dei, per l’obbedienza, per le umiliazioni. Il criterio non è l’emozione dell’inizio. Il criterio è la verità del desiderio provata nel tempo.

La tradizione monastica diffida delle decisioni spirituali troppo rapide, non perché disprezzi il fervore, ma perché sa che il fervore deve diventare fedeltà. All’inizio molti desideri sembrano puri. Poi il tempo li prova. La pazienza li prova. La correzione li prova. La vita fraterna li prova. L’obbedienza li prova. La fatica li prova. E ciò che viene da Dio, pur passando attraverso la prova, si purifica e rimane. Ciò che invece viene dall’io, prima o poi pretende, accusa, si offende, abbandona.

Discernere, allora, significa anche non assolutizzare il momento. Non tutto ciò che sento oggi è volontà di Dio. Non tutto ciò che mi entusiasma oggi è vocazione. Non tutto ciò che mi irrita oggi è ingiustizia. Non tutto ciò che mi ferisce oggi è nemico della mia crescita. Talvolta proprio ciò che mi contraddice mi salva. Talvolta la parola che non volevo ascoltare è proprio la soglia della conversione. Talvolta il fratello che mi pesa è lo strumento attraverso cui Dio smaschera la mia immaturità spirituale.

Abbiamo bisogno di tornare ad imparare l’arte del discernimento e la Regola ce ne offre strumenti concreti.

Il primo è l’ascolto della Parola. La vita monastica nasce da un imperativo: Obsculta, ascolta. Non comincia dall’analisi di sé, ma dall’esposizione alla voce di Dio. Il discernimento cristiano non è introspezione infinita; è ascolto della Parola che giudica, consola, illumina, separa il vero dal falso. Chi non ascolta la Parola di Dio finisce per ascoltare soltanto sé stesso, anche quando usa parole religiose.

Il secondo strumento è la stabilità. Rimanere è già discernere. In un tempo in cui ogni difficoltà viene interpretata come segno che bisogna cambiare strada, Benedetto insegna che alcune verità si capiscono solo restando. La stabilità è il luogo nel quale il cuore smette di fuggire e comincia a conoscersi. Finché posso sempre scappare, posso sempre attribuire agli altri ciò che non voglio vedere in me. La stabilità mi riconduce alla verità: davanti a Dio, davanti ai fratelli, davanti alla mia storia.

Il terzo strumento è la vita fraterna. Il discernimento monastico non è mai puramente individuale. Benedetto chiede che, per le cose importanti, l’abate convochi tutta la comunità, perché spesso il Signore rivela al più giovane ciò che è meglio. Questa affermazione è di enorme portata spirituale. Nessuno possiede da solo tutta la luce: l’autorità deve ascoltare, i fratelli devono parlare con umiltà, la decisione deve maturare nella comunità davanti a Dio. Una comunità discerne quando non trasforma il consiglio in Parlamento, né l’obbedienza in mutismo, ma cerca insieme ciò che conduce a Cristo Siognore.

Il quarto strumento è l’apertura del cuore. Cassiano insiste: ciò che resta nascosto diventa più forte. Il pensiero taciuto, non illuminato, non consegnato a una guida spirituale, può crescere fino a deformare tutta la percezione della realtà. Molte crisi spirituali non nascono da grandi peccati, ma da pensieri lasciati soli: un sospetto non verificato, una ferita non detta, un desiderio non purificato, una paura non consegnata, un giudizio coltivato in silenzio. Il discernimento domanda umiltà: accettare che non basto a me stesso per interpretarmi.

Il quinto strumento è la discrezione, nel senso benedettino più alto. Discretio non significa mediocrità, compromesso, diplomazia religiosa. Significa misura spirituale. Significa dare a ciascuno ciò che lo conduce a Dio, non ciò che soddisfa il nostro schema. San Benedetto chiede all’abate di disporre ogni cosa in modo che i forti abbiano qualcosa da desiderare e i deboli nulla da fuggire. Questa è sapienza pastorale e monastica: non abbassare l’ideale, ma non schiacciare le persone; non tradire la verità, ma non spezzare la canna incrinata; non lasciare crescere il male, ma correggere con prudenza e carità.

La lettura del Siracide ritorna con forza. Il sommo sacerdote è circondato dai fratelli, non è una figura isolata. Il suo splendore non è solitario: è dentro un popolo, dentro un ordine liturgico, dentro una fraternità. L’ulivo porta frutto, il cipresso svetta verso l’alto, ma l’uomo di Dio è riconoscibile perché sta in mezzo ai fratelli e alza le mani per benedire.

Questo vale anche per noi.

Una comunità monastica ecumenica, se vuole essere davvero segno dell’ Evangelo, non può vivere senza discernimento. Dove ci sono storie diverse, sensibilità diverse, tradizioni diverse, ferite diverse, linguaggi ecclesiali diversi, il discernimento non è un lusso: è condizione di sopravvivenza spirituale. Senza discernimento, la diversità diventa confusione o conflitto. Con il discernimento, la diversità può diventare obbedienza più profonda allo Spirito.

Discernere, per noi, significa chiederci sempre: ciò che stiamo costruendo nasce da Cristo o da un bisogno di affermazione? Le nostre parole generano comunione o irrigidiscono identità? Le nostre scelte servono la vocazione ricevuta o cercano consenso? La nostra pace è evangelica o soltanto quiete apparente? La nostra libertà è docilità allo Spirito o resistenza a ogni forma di correzione? Il nostro ecumenismo è conversione al centro, che è Cristo, o semplice forma di appartenenze?

Domani, nella solennità, ascolteremo con più ampiezza l’invito: «Opera il bene, cerca la pace e seguila». Ma questa sera la liturgia ci ricorda che per operare il bene bisogna prima discernerlo. E per seguire la pace bisogna prima distinguere la pace vera dalla pace falsa.

La pace vera non nasce dall’evitare ogni domanda; nasce da cuori purificati. Non nasce dall’appiattire le differenze; nasce dall’orientarle verso Cristo. Non nasce dall’assenza di conflitti; nasce dalla conversione del modo in cui attraversiamo i conflitti. Non nasce dal silenzio imposto; nasce da parole vere, pronunciate con carità, dopo essere state purificate nella preghiera.

Benedetto ci ha mostrato che il discernimento non è un atto occasionale, improvvisato, il discernimento è uno stile. È il modo monastico di abitare la realtà. Discernere il tempo, perché non tutto è urgente allo stesso modo. Discernere le parole, perché non tutto ciò che è vero va detto nello stesso modo e nello stesso momento. Discernere le relazioni, perché non ogni vicinanza è comunione e non ogni distanza è rifiuto. Discernere il bene, perché il bene di Dio è spesso più umile, più concreto e più esigente del bene che noi immaginiamo.

Alla vigilia della festa del nostro padre Benedetto, chiediamo allora la grazia di diventare uomini e donne di discernimento, liberi dai sospetti, incapaci di rattrappirci su calcoli personali, non ripiegati su un’analisi sterili di sé, ma persone spiritualmente vigili. Persone capaci di ascoltare prima di decidere, di pregare prima di parlare, di attendere prima di giudicare, di chiedere consiglio prima di assolutizzare il proprio pensiero, di lasciarsi correggere prima di correggere gli altri.

Solo così le nostre mani, come quelle di Simone e di Benedetto, potranno elevarsi e benedire. Solo così le nostre parole potranno edificare. Solo così la nostra comunità potrà essere davvero un ulivo verdeggiante pieno di frutti: radicata nella terra concreta della vita, ma – come il cipresso - aperta verso l’alto; segnata dalla fatica della storia, ma capace di portare frutto; composta da molti fratelli e sorelle, ma raccolta nell’unica ricerca di Dio. Amen.


Qui sotto qualche foto della prima serata



Savato 11, Solennità di San Benedetto alle ore 11.30 si è svolta la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola con la Commemorazione della Cena del Signore ed a seguire un'agape fraterna e tanto divertimento con il karaoke.



Testo integrale dell'omelia del Reverendissimo Abate dom Antonio Perrella

in occasione della Celebrazione della Parola nella

Solennità di San Benedetto 2026


Testi di riferimento: Pr 2,1-9; Sal 33; Mt 19,27-29


Carissimi Fratelli e Sorelle,

la Parola che oggi abbiamo ascoltato nella Solennità di San Benedetto non ci invita semplicemente a ricordare il padre del monachesimo occidentale. Ci chiede di lasciarci giudicare dalla forma evangelica della sua vita.

I santi infatti sono esegesi viventi dell’ Evangelo di Gesù. In loro la Parola di Dio custodita e tramandata dalla Scrittura diventa carne, storia, decisione, istituzione, stile. Benedetto non ha scritto un trattato sistematico di teologia, ma la sua Regola è una teologia vissuta: una teologia dell’ascolto, del tempo, del corpo, della fraternità, dell’autorità, della pace, della conversione.

La prima lettura, dal libro dei Proverbi, comincia con parole che sembrano scritte per aprire la Regola: «Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole». Tutto è sospeso a quel “se”. Dio parla, ma non costringe. La sapienza si offre, ma non si impone. La Parola può essere proclamata, studiata, commentata, perfino venerata, e tuttavia non essere accolta.

Il testo ebraico dei Proverbi usa un linguaggio concreto. Bisogna ricevere le parole, custodire i comandamenti, tendere l’orecchio, inclinare il cuore, invocare l’intelligenza, cercare la sapienza come argento, scavare come per un tesoro. La sapienza non è informazione; è trasformazione del desiderio. Non si raggiunge aggiungendo contenuti alla mente, ma orientando l’intera esistenza.

Questo è uno dei drammi spirituali del nostro tempo: sappiamo molte cose e comprendiamo poco; riceviamo continuamente messaggi, ma ascoltiamo raramente; siamo connessi e spesso incapaci di comunione; siamo informati e allo stesso tempo disorientati. L’uomo contemporaneo possiede una quantità immensa di dati, ma fatica a sapere per che cosa valga la pena vivere.

La vita monastica pone qui la sua domanda radicale: a quale parola consegni la tua vita?

Benedetto risponde con l’inizio della Regola: Obsculta, o fili. Ascolta, figlio. La vita spirituale non comincia dall’iniziativa dell’uomo, ma da una voce che lo precede. Questo rovescia l’antropologia oggi dominante. L’uomo moderno ama pensarsi come origine di sé stesso: io scelgo, io decido, io progetto, io mi costruisco. La Parola e la tradizione monastica dicono invece: prima di ogni tuo progetto, sei chiamato; prima di ogni tua decisione, sei ricevuto; prima di ogni tua parola, sei ascoltato da Dio.

L’ascolto monastico è obbedienza nel senso più profondo. Oboedire viene da audire: obbedire significa lasciarsi condurre da una parola ascoltata. Per questo il monastero è scuola, dominici schola servitii, scuola del servizio del Signore. Nella scuola non si presume di sapere già. Si entra per imparare.

E che cosa si impara?

Si impara che Dio non si cerca fuori dalla concretezza della vita. Si impara che il tempo può diventare liturgia. Si impara che il corpo può diventare servizio. Si impara che la parola può essere custodita. Si impara che l’autorità può non essere dominio. Si impara che la fragilità del fratello non è un ostacolo alla santità, ma il luogo stesso nel quale Dio chiede di amarlo.

Questa è la sapienza di Benedetto: non una spiritualità evasiva, ma una mistica della realtà quotidiana.

San Giovanni Cassiano, grande mediatore tra il monachesimo orientale e l’Occidente latino, insegna che il fine della vita monastica non è l’ascetismo in sé, ma la purezza del cuore, ordinata al Regno di Dio. Le rinunce non sono il centro; sono il mezzo. Il centro è un cuore unificato, capace di cercare Dio senza doppiezza. Qui la sapienza dei Proverbi diventa cammino monastico: scavare fino al cuore, perché il cuore non resti diviso. Il disorientamento entra nella vita del monaco, quando questi cessa di ascoltare e presume di aver trovato la verità da solo.

Il Salmo 33 porta questa ricerca al suo nucleo etico e spirituale: «Allontànati dal male e opera il bene; cerca la pace e seguila». Benedetto assume questo versetto nel Prologo della Regola, quasi come grammatica elementare della vita monastica.

Ma questa grammatica è tutt’altro che semplice.

«Allontànati dal male»: il male va riconosciuto, nominato, lasciato. Non si dà pace senza conversione. Non si dà comunione senza verità. Non si dà vita spirituale se l’uomo continua ad abitare le proprie complicità interiori. Oggi il mondo psicologizza tutto: il peccato diventa una fragilità, la durezza del cuore una questione caratteriale, l’arroganza della mente resilienza. Chi cerca Dio non cerca infingimenti di verità ma chiama le cose con il loro nome.

«Opera il bene»: il bene non è un’idea, è un’opera. Ha bisogno di mani, tempo, fedeltà, competenza, pazienza. Il bene, nella Regola, è molto concreto: accogliere l’ospite come Cristo; servire i malati prima e sopra ogni cosa; ascoltare i più giovani; onorare gli anziani; distribuire secondo il bisogno; non dare pace falsa; non anteporre nulla all’amore di Cristo. Operare il bene non significa a mala pena non fare il male, ma cercare il bene, il vero bene e ad esso orientare la propria esistenza. Tuttavia, per cercare il bene occorre avere gli strumenti del discernimento, come abbiamo lungamente meditato ieri. Il bene non è sempre ciò che a me appare bene. Anzi, potrebbe trovarsi in posti diametralmente opposti a quelli che io ho nella mia mente.

«Cerca la pace e seguila»: qui la Parola diventa ancora più esigente. Il testo ebraico usa due imperativi: cercare e inseguire. Non soltanto cercare la pace, ma inseguirla. La pace corre davanti a noi. Non coincide con la nostra quiete psicologica, né con il nostro equilibrio, né con l’assenza di problemi. La pace biblica, shalom, è pienezza di vita riconciliata: con Dio, con il fratello, con il creato, con sé stessi. Non è una tregua; è un ordine giusto della comunione.

La versione greca dei Settanta usa eirḗnēn per pace e díōxon per seguila. È un verbo energico: inseguire, perseguire. La pace va perseguita come si persegue ciò che salva la vita. Benedetto comprende che una comunità vive non perché non abbia tensioni, ma perché impara ogni giorno a convertirle.

Per questo egli proibisce la pace falsa: pacem falsam non dare. La Regola sa che ci sono comunità apparentemente tranquille, ma interiormente divise; parole educate che nascondono giudizi feroci; silenzi che non sono contemplazione, ma rancore; obbedienze esteriori che non sono amore, ma paura. La pace cristiana non è l’arte di non disturbarsi; è piuttosto la fatica di riconoscersi fratelli nella verità.

Anche tra i credenti vale lo stesso principio. L’ecumenismo autentico non può fondarsi né sull’indifferenza né sulla polemica. Non sull’indifferenza, perché le differenze teologiche, liturgiche, ecclesiologiche sono reali e meritano rispetto. Non sulla polemica, perché la verità non viene servita quando diventa arma identitaria.

La vita monastica offre una via più profonda, anzi l’unica via possibile: stare insieme davanti a Dio. Non significa annullare le tradizioni, ma farle convergere verso il centro. Abba Doroteo di Gaza lo ha espresso con l’immagine del cerchio: Dio è il centro; gli uomini sono raggi. Quanto più ci avviciniamo a Dio, tanto più ci avviciniamo gli uni agli altri. Questo non elimina il lavoro teologico, ma lo purifica. L’unità non nasce dall’assorbimento dell’altro, ma dalla comune conversione al centro.

Il Vangelo ci conduce alla radice di questa conversione. Pietro dice a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». È una domanda vera, non meschina. Pietro sa che seguire Gesù costa. Sa che ogni vocazione implica uno spossessamento. Ma Gesù risponde spostando il centro: non dice anzitutto «voi che avete lasciato», ma «voi che mi avete seguito». Il cuore della vita cristiana non è ciò che si lascia, ma Colui che si segue.

Questo è decisivo anche per la vita monastica. La rinuncia, da sola, non salva. Si può lasciare molto e restare pieni di sé. Si può vivere poveramente e custodire con violenza il proprio io. Si può rinunciare ai beni e restare attaccati alla propria immagine, al proprio ruolo, alla propria idea di comunità. La rinuncia è cristiana solo quando libera spazio alla sequela. Il monaco non è la persona che ha disprezzato il mondo; è la persona che ha trovato un amore più grande.

San Bernardo di Chiaravalle, nella grande tradizione monastica medievale, ha compreso che l’itinerario spirituale è purificazione dell’amore. L’uomo comincia spesso amando Dio per sé; matura quando impara ad amare Dio per Dio; e trova la libertà quando, in Dio, può amare sé stesso e i fratelli senza possesso. La vita monastica educa precisamente l’amore: lo libera dall’appropriazione e lo conduce alla carità.

Per questo il monastero, altro che cosa passata, è una critica profetica e vivente dell’uomo contemporaneo. Non lo critica dall’esterno, ma rivelandogli ciò che gli manca.

Alla cultura della fretta dice: non tutto ciò che è decisivo è immediato.

Alla cultura dell’efficienza dice: non tutto ciò che salva è produttivo.

Alla cultura dell’autonomia assoluta dice: non sei meno libero perché appartieni; sei più libero quando sai donarti.

Alla cultura dell’emozione istantanea dice: l’amore vero ha bisogno di stabilità.

Alla cultura del conflitto permanente dice: la verità non ha bisogno dell’odio per essere vera.

Alla cultura della connessione continua dice: senza silenzio non ascolti più nessuno, neppure Dio.

La vita monastica è profezia perché mette in crisi l’idea di uomo che domina il nostro tempo: l’uomo senza radici, senza legami, senza obbedienza, senza memoria, senza limite. Benedetto oppone a questa figura un uomo pacificato non perché isolato, ma perché ordinato; non perché esente dal conflitto, ma perché continuamente ricondotto a Cristo.

Il capitolo 72 della Regola, sullo zelo buono, è forse il vertice di questa sapienza. Benedetto chiede ai monaci di prevenirsi nel rendersi onore, di sopportare con somma pazienza le infermità fisiche e morali degli altri, di non cercare ciò che giova a sé, ma ciò che giova all’altro, di amare i fratelli con casto amore, di temere Dio, di amare l’abate con carità sincera, e di non anteporre assolutamente nulla a Cristo.

Così la pace diventa la forma matura della carità. Non è sentimento dolce, è purificazione e ascesi dell’io; è rinuncia al predominio; è pazienza con l’infermità altrui; è capacità di non usare la verità per umiliare; è disponibilità a lasciarsi correggere; è decisione di non archiviare il fratello nel suo errore; è certezza che l’altro è sempre più grande del suo limite.

Questa è la pace che Benedetto chiede di seguire.

È questa la pace di cui il mondo ha bisogno! Ed oggi – lo vediamo – ne hanno bisogno anche le comunità cristiane, le Chiese! I credenti non possono vivere di compromessi superficiali, ma devono vivere di conversione più alta, devono mostrare che le differenze non sono necessariamente condanna alla separazione, se tutti accettano di stare sotto la signoria di Cristo. Devono custodire la verità senza trasformarla in possesso; praticare l’accoglienza senza cadere nell’indistinzione; essere abbastanza umili da imparare e abbastanza radicati da non dissolversi.

Alla fine, san Gregorio Magno ci consegna l’immagine più luminosa di San Benedetto: il santo che vede il mondo intero in un solo raggio di luce. Il contemplativo vede il mondo unificato non perché ignori le sue fratture, ma perché lo vede nella luce di Dio. La contemplazione non restringe: dilata. Non sottrae alla storia: permette di portarla tutta in Dio.

Questo è il nostro compito di monaci e monache: essere una piccola scuola di dilatazione del cuore.

Un cuore capace di ascoltare, di operare il bene senza cercare applauso, di cercare la pace senza confonderla con la comodità, di seguire la pace anche quando essa chiede perdono, pazienza, rinuncia, verità; un cuore capace di essere monastico perché è più radicalmente umano, ma in Dio.

Quest’oggi San Benedetto ci indichi questa via: nulla anteporre all’amore di Cristo. Se Cristo è il centro, allora il bene non è più occasionale: diventa opera. Se Cristo è il centro, la pace non è più strategia: diventa vocazione. Se Cristo è il centro, il fratello non è più concorrente: diventa luogo dell’incontro con Dio. Se Cristo è il centro, il progetto non è più il mio ma il suo. Se Cristo è il centro, la mia vita non è più per me, ma per Lui, per la vocazione che mi ha donato, per i fratelli che posso portare a Lui con la verità della mi esistenza consacrata.

Se Cristo è il centro…!




PAX

UT UNUM SINT


 
 
 

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