top of page

FSSPX e Vaticano questione interna o ecumenica? Il pensiero dell'Abate Perrella

  • 1 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

Chiesa di Roma e le ordinazioni episcopali

della Fraternità Sacerdotale San Pio X : una questione non solo romana.


di Dom Antonio Perrella,
Abate della Christiana Fraternitas

La giornata di oggi, 1 luglio 2026, segna uno spartiacque negli annali di storia

ecclesiastica. La Fraternità San Pio X, nonostante i numerosi appelli della Chiesa di Roma, sta procedendo alla Ordinazione di quattro nuovi Vescovi. Il Superiore Generale della Fraternità ha pronunciato parole inequivocabili: si tratta di una scelta, proporzionata alle necessità di vita (sacramentale) della Fraternità, e di un atto di fedeltà alla chiamata che essi ritengono di aver ricevuto non fuori della Chiesa, non di fronte alla Chiesa ma dentro la Chiesa.


Queste Consacrazioni Episcopali e queste parole sembrano avere due destinatari: da un lato i fedeli stessi della Fraternità, perché non si sentano minacciati dalla incombente dichiarazione di scomunica, e al Vescovo di Roma Leone XIV, perché comprenda le ragioni profonde che hanno indotto la Comunità di Ecône a procedere per la propria strada. Così d’altra parte il Vescovo di Roma, Leone XIV, rispondendo alla domanda di un giornalista, aveva recentemente risposto che sarebbe stato necessario andare avanti per la propria strada anche se i Lefebvriani avessero proceduto alle Ordinazioni.


Quindi, ognuno è andato avanti, seguendo la strada che – in coscienza – ritiene più giusta dinanzi alla propria responsabilità davanti a Dio.


Quello che, a mio parere, va compreso in questa vicenda sta proprio qui: si tratta di responsabilità davanti a Dio.


La Chiesa di Roma ha, ora, dinanzi a sé due possibilità: quella di dichiarare (non comminare, perché quei fedeli, quei presbiteri e quei vescovi non sono membri della Chiesa romana) la scomunica o quella di non farlo.

Dichiarare la scomunica sarebbe un atto meramente formale (e forse anche inutile). Sebbene i lefebvriani si dicano cattolici, formalmente non lo sono perché non si sottomettono all’autorità del Vescovo di Roma. Le Ordinazioni di oggi lo manifestano chiaramente. Le parole del Superiore della Fraternità circa il Papa umiliato sono, sì, una difesa del Papato (secondo il loro punto di vista), ma non certo del Papa attuale. Essi difendono cioè il Papato ma non chi siede oggi sulla Cattedra di Roma. Quindi, la scomunica non aggiunge e non toglie nulla alla comprensione che la Fraternità ha di sé stessa né a quella che le persone intelligenti hanno su di essa. La "minaccia" di una scomunica potrebbe agitare gli animi solo di chi ha un alquanto basso grado di conoscenza teologica delle cose.


Roma, però, potrebbe decidere anche di agire diversamente. Dichiarare una scomunica (che non spaventa i lefebvriani) avrebbe lo stesso valore delle Ordinazioni odierne: ognuno afferma di essere nel giusto e di dover procedere sulla propria strada. Quindi, Ecône pone un atto di rottura e Roma risponderebbe con un altro atto di rottura.


L’unica strada che può avvicinare Roma ed Ecône è semplicemente quella di un reciproco riconoscimento pur nella distinzione. Esiste una unità che non è necessariamente uniformità: è l’unità di chi riconosce la bellezza della fede in Gesù del fratello, senza per questo chiudere gli occhi sulle differenze. È l’unità che valorizza ciò che unisce più di rivendicare ciò che divide.


Qui il discorso si innesta in una novità: a mio parere infatti il dialogo tra la FSSPX e la Sede Petrina mi appare più qualcosa di ecumenico piuttosto di una questione tra autorità e porzione della medesima realtà ad essa soggetta. E se si tratta allora di ecumenismo dal momento che non c'è un reciproco riconoscimento dell'ordinamento ma ancor prima della dottrina e della morale, la strada dell’ecumenismo non è né può essere intesa come la strada verso una forzata unità monoforme! Anzi! È l’esatto contrario! L’unica strada sensatamente percorribile – almeno su questa terra – è quella di accettare che possa esistere una unità che non annulli le differenze; di una comunione che non umili le specificità. Fin quando si riterrà che questa o quella Chiesa sia la vera ed unica Chiesa, allora unità ed ecumenismo saranno solo parole vuote.


C’è bisogno di una audacia profetica e di una profezia coraggiosa che permetta di individuare forme diverse di unità. Finora l’unità è stata interpretata come un cammino lento e faticoso verso il riconoscimento di una verità da accogliere che dovrebbe in definitiva portare anche ad accettare le strutture ecclesiali-ecclesiastiche che discenderebbero da una verità condivisa. Ma questa strada contiene un rischio: quello di confondere la verità con la forma storica delle comunità credenti.


Forse esiste un’altra strada, però! E Roma ha – proprio attraverso queste tanto insopportabili (per lei) Ordinazioni Episcopali – la chance di perseguirla: è la strada di una unità multiforme, di una comunione capace di accogliere diverse tradizioni ed espressioni senza pretendere di assorbire le differenze e di determinarle con il proprio governo. La si voglia chiamare Confederazione di Chiese o, più opportunamente, Comunione di Chiese importa poco. Ma forse è l’unica strada percorribile su questa terra. E certo non si potrà dire che non è pensabile, perché in ambito romano non è ancora stata pensata! I Sinodi ortodossi e la Comunione Anglicana ci hanno provato e ci stanno provando.


Chissà… forse, così, possiamo finalmente mandare in ferie le bolle di scomunica che spaventavano 500 anni fa ma ormai mostrano il loro ingiallimento come le pergamene su cui vengono scritte…



 
 
 

Commenti


  • YouTube
  • White Facebook Icon
bottom of page