Celebrazione delle Opere di Dio in Santa Scolastica
- 10 feb
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"Scolastica, nella sobrietà delle fonti che la riguardano, appare come testimone silenziosa di questa sintesi: con Dio, attraverso la preghiera perseverante, e con il fratello Benedetto, attraverso una comunione che non si interrompe neppure quando le vie sembrano divergere." Un passaggio dell'omelia dell'Abate per Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola tenutasi per la Solennità.

Martedì 10 febbraio 2026 alle ore 19:30, presso la Cappella "Santi Benedetto e Scolastica" della Casa Apostolica della Christiana Fraternitas si è svolta la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola. A seguire la Comunità monastica ha offerto ai fedeli le tradizionali scolasticose, il dolce tradizionale di della Santa da sempre preparato nella nostra Abbazia per la circostanza... e per salutare il carnevale le golosissime chiacchiere.
Il testo integrale della predicazione
dell'Abate Antonio Perrella
in occasione della Solennità delle Opere di Dio in Santa Scolastica

Letture: 1Cor 12,31–13,13; Sal 129; Mt 11,25-30
Sorelle e fratelli carissimi, cari amici,
nella memoria di Scolastica la liturgia ci consegna un intreccio particolarmente denso tra Scrittura, tradizione monastica e sapienza spirituale. Le letture di questa specifica memoria delle opere che Dio ha compiuto in Scolastica non sono un semplice accompagnamento agiografico, ma offrono una chiave interpretativa autorevole della sua figura e, insieme, una parola esigente rivolta alla vita monastica di ogni tempo.
La prima lettura, tratta dalla Prima lettera ai Corinzi, culmina nell’inno alla carità. Paolo non propone un ideale astratto, né una virtù accessoria alla vita cristiana, ma indica la via “più sublime”, quella senza la quale anche i doni più elevati – la profezia, la conoscenza, l’ascesi – risultano vuoti. In questo testo, noto e spesso citato, è decisivo ricordare il contesto ecclesiale: Paolo si rivolge a una comunità attraversata da tensioni, da competizioni spirituali, da una certa autosufficienza carismatica. L’inno alla carità nasce come correzione di una spiritualità che rischiava di diventare autoreferenziale. La carità di cui parla l’Apostolo non è sentimento, ma forma dell’esistenza, criterio di verità di ogni pratica religiosa. È paziente, non cerca il proprio interesse, non si adira, non gode dell’ingiustizia. È una descrizione concreta, quasi ascetica, che non si lascia ridurre a un’emozione interiore.
In questa luce, la figura di Scolastica emerge con una chiarezza particolare. Le uniche notizie storicamente fondate che possediamo su di lei provengono dal secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno. Non si tratta di una biografia nel senso moderno, ma di un racconto spirituale che intende mostrare come Dio opera in coloro che si consegnano totalmente a Lui. Il celebre episodio dell’ultimo incontro con Benedetto, in cui la preghiera di Scolastica ottiene ciò che l’osservanza rigorosa della regola dell’ospitalità sembrava negare, non va letto come contrapposizione tra legge e libertà, né come rivendicazione di un primato emotivo. Gregorio stesso ne offre l’interpretazione teologica essenziale: vinse colei che amò di più. È una frase breve, ma di straordinaria densità. Non si tratta di un giudizio psicologico, bensì di un criterio spirituale: là dove la carità è più piena, là l’azione di Dio trova uno spazio più ampio.
Il salmo responsoriale, conosciuto con il nome di De profundis, colloca questa carità in una prospettiva di radicale verità davanti a Dio: Dal profondo io grido a te, Signore. Non è il grido di chi rivendica meriti, ma di chi riconosce che, se Dio tenesse conto delle colpe, nessuno potrebbe resistere. E tuttavia, presso il Signore è il perdono, e per questo egli è temuto. Nella tradizione monastica questo salmo è diventato voce quotidiana della coscienza, perché educa a una relazione con Dio fondata non sulla prestazione di una umana perfezione, ma sull’attesa fiduciosa della fedeltà di Dio. Anche qui la carità non è separabile dall’umiltà: nasce dal riconoscimento della propria povertà e si alimenta della misericordia ricevuta.
Il Vangelo di Matteo, con l’invito di Gesù a prendere il suo giogo e a imparare da lui, mite e umile di cuore, offre il compimento cristologico di questo itinerario. Il giogo di cui parla Gesù non è abolizione della disciplina, ma trasformazione del peso in comunione. Il termine rabbinico “giogo” indica l’obbedienza alla Torah; Gesù non elimina l’obbedienza, ma la riconduce alla relazione personale con lui. Il riposo promesso non è inattività, bensì pace interiore che nasce dall’accordo tra la volontà umana e la volontà di Dio. In prospettiva monastica, questo testo illumina il senso dell’obbedienza benedettina: non semplice conformità esterna, ma apprendimento progressivo del cuore di Cristo.
Scolastica, nella sobrietà delle fonti che la riguardano, appare come testimone silenziosa di questa sintesi. Non ci sono parole sue tramandate, non ci sono opere, non ci sono riforme attribuite al suo nome. La sua santità, così come la tradizione ce la consegna, è interamente racchiusa in una relazione: con Dio, attraverso la preghiera perseverante, e con il fratello Benedetto, attraverso una comunione che non si interrompe neppure quando le vie sembrano divergere. In questo senso, la colomba che Gregorio vede salire al cielo non è un semplice elemento simbolico, ma un’immagine teologica: una vita restituita interamente allo Spirito, senza resistenze.
Per una comunità monastica, come la nostra, la memoria di Scolastica non è quindi un richiamo sentimentale né una celebrazione identitaria, ma una verifica esigente.
Essa interroga il primato reale della carità nella vita quotidiana, il modo in cui l’osservanza della Regola è abitata dallo Spirito, la qualità delle relazioni fraterne, il rapporto tra parola e silenzio, tra struttura e libertà.
L’amore di cui parla Paolo, l’attesa fiduciosa del salmo, la mitezza di Cristo nel Vangelo trovano in Scolastica una consonanza discreta ma radicale.
Celebrando oggi la sua memoria, la comunità è invitata a riascoltare ciò che la tradizione monastica non ha mai cessato di affermare: che nulla deve essere anteposto all’amore di Cristo, e che questo amore, quando è autentico, ordina ogni cosa, anche ciò che appare rigidamente stabilito. Non per dissolvere la forma, ma per trasfigurarla dall’interno.
dom Antonio Perrella



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