La Candelora: Presentazione di Gesù al tempio e la giornata mondiale della vita consacrata 2026
- 6 feb
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"La vita consacrata [...] è profezia perché continua a credere quando non vede, a sperare quando tutto sembra già compiuto o definitivamente fallito. In questo senso, lo “stare chiusi”, lo “stare nel recinto del monastero” non è fuga dal mondo, ma immersione nel cuore ferito del mondo, portato davanti a Dio nella preghiera incessante, come un’offerta silenziosa (cfr. Sal 141,2).". Sono alcune parole tratte dell'omelia dell'Abate dom Antonio Perrella in occasione della festa della Candelora 2026.

Domenica 2 febbraio 2026 alle ore 19:30, presso la Cappella Santi Benedetto e Scolastica della Casa Apostolica si è svolta la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola per in occasione della festa della "Presentazione di Gesù al tempio" ai più conosciuta come la "Candelora". La liturgia ha previsto il tradizionale lucernario e i fedeli hanno avuto in dono una o più candele da portare con se.
Omelia del Reverendissimo Abate dom Antonio Perrella
in occasione della Celebrazione della Parola
per la festa della "Presentazione di Gesù al tempio"
e la giornata mondiale della vita consacrata 2026
Testo di riferimento Ml 3,1-4; Sal 23 (24); Lc 2, 22-40
Sorelle e Fratelli carissimi, cari Amici ed Amiche,
la festa che oggi celebriamo nasce da un gesto abbastanza ordinario per la prassi della vita di fede di una famiglia dell’epoca di Gesù: due genitori che portano un bambino al Tempio. Nulla di straordinario, se non la fedeltà alla Legge (cfr. Lv 12,1-8; Lc 2,22-24). Eppure, in questo atto ordinario, la Chiesa ha sempre riconosciuto una vera epifania del Mistero: il Signore entra nel suo Tempio, non come sacerdote o come re, ma come offerta. I Padri amavano soffermarsi su questo paradosso. Origene osserva che Cristo, entrando nel Tempio, non viene a ricevere, ma a consegnarsi; non viene a prendere possesso di uno spazio sacro, ma a rivelare che d’ora in poi il vero Tempio sarà il suo corpo offerto (cfr. Origene, Omelie su Luca, om. XIV).
La festa stessa custodisce questa intuizione. Nata a Gerusalemme nel IV secolo come memoria dell’incontro tra il Messia e il suo popolo, essa è attestata nel diario di Egeria (cf Itinerarium, 26) come celebrazione solenne quaranta giorni dopo l’Epifania, caratterizzata da una processione luminosa. Solo più tardi, nel VI secolo, soprattutto a Roma, la liturgia ha messo in primo piano il tema dell’offerta e della purificazione, senza però perdere il suo carattere profondamente escatologico. Ancora oggi, nella benedizione delle candele, la Chiesa confessa che la luce non è prodotta da noi, ma ricevuta e portata (cfr. Lc 2,32).
Il profeta Malachia aveva annunciato: «Subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate» (Ml 3,1). Ma l’ingresso di Dio non avviene con potenza visibile: avviene nella debolezza della carne di un Infante consegnata. Qui si rivela già il paradosso che struttura tutta la vita consacrata: Dio si manifesta sottraendosi, compiendo la promessa non attraverso il possesso, ma attraverso il dono. Gregorio di Nissa scrive che Cristo si lascia portare come un bambino per insegnarci che la vera grandezza di Dio è la sua condiscendenza, il suo farsi accessibile fino alla fragilità (cfr. Gregorio di Nissa, In diem luminum).
Abbiamo ascoltato che Gesù viene presentato, cioè restituito a Dio (cfr. Lc 2,22). Non perché Dio lo richieda, ma perché l’uomo riconosca che la vita non gli appartiene. Ogni consacrazione nasce qui: non da una scelta eroica, ma da un atto di verità. La vita è ricevuta, e per questo può essere donata. San Benedetto, nel Prologo della Regola, parla della vita monastica come di una risposta a una voce che chiama: prima di ogni rinuncia c’è un ascolto, prima di ogni decisione c’è un’appartenenza che precede (cfr. Regola di san Benedetto, Prologo, 1-2).
La radicalità della vita monastica non è anzitutto ascesi o rinuncia, ma appartenenza totale. Come il Figlio non trattiene nulla per sé, così il consacrato vive come uno che non possiede sé stesso (cfr. Fil 2,6-7). In un mondo che misura tutto in termini di utilità e di rendimento, la vita monastica è profezia di un’esistenza che appare inutile, persino sprecata, e proprio per questo libera. Evagrio Pontico diceva che il monaco è colui che si è separato da tutto per essere unito a tutti in Dio (cfr. Evagrio Pontico, Trattato pratico, prologo): una separazione che non chiude, ma dilata.
Tornando al testo della pericope ascoltata, Simeone riconosce il Messia non perché vede segni di forza, ma perché vede una vita offerta (cfr. Lc 2,25-35). È lo Spirito che gli insegna a leggere la radicalità di Dio nella piccolezza. La sua lunga attesa non è stata sterile, perché lo ha reso capace di riconoscere. Anna, con il suo digiuno e la sua preghiera incessante (cfr. Lc 2,36-38), incarna quella vigilanza del cuore che la tradizione monastica ha sempre considerato essenziale. Giovanni Cassiano dirà che la perseveranza nella preghiera non serve a forzare Dio, ma a purificare e dilatare il cuore perché possa accogliere ciò che viene da Dio (cfr. Cassiano, Conferenze, IX, 3).
La vita monastica è, nel cuore della Chiesa, profezia dell’attesa. Non dell’attesa di qualcosa, ma dell’attesa di Qualcuno. In un tempo che pretende di realizzare tutto subito, che teme il vuoto e il silenzio, il monaco e la monaca testimoniano che il compimento non è nelle nostre mani. Simeone può dire: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace» (Lc 2,29), perché non ha trattenuto la promessa per sé. Ha vissuto per vedere, e ora può morire. La tradizione orientale ha sempre letto queste parole come il frutto di una vita riconciliata con il tempo, segno di una libertà pasquale già operante (cfr. Sofronio di Gerusalemme, Omelia sulla Presentazione).
Questa festa è chiamata anche festa della luce. Ma la luce che oggi contempliamo non è trionfante. Simeone rivolgendosi a Maria annuncia una spada e una contraddizione (cfr. Lc 2,34-35). La luce vera non elimina l’oscurità: la attraversa. Sant’Agostino commenta che Cristo è luce per rivelazione e segno di contraddizione per purificazione, perché solo ciò che è esposto alla luce può essere guarito (cfr. Agostino, Discorsi, 51, 2).
La vita consacrata è profezia proprio perché accetta di stare in questa tensione. Non promette soluzioni immediate, non cancella il dramma della storia, ma lo abita con una fedeltà che rimane. È profezia perché continua a credere quando non vede, a sperare quando tutto sembra già compiuto o definitivamente fallito. In questo senso, lo “stare chiusi”, lo “stare nel recinto del monastero” non è fuga dal mondo, ma immersione nel cuore ferito del mondo, portato davanti a Dio nella preghiera incessante, come un’offerta silenziosa (cfr. Sal 141,2).
Infine, la Presentazione di Gesù al Tempio ci parla di permanenza. Gesù è offerto una volta per tutte, e questa offerta inaugura un’alleanza irrevocabile. La Lettera agli Ebrei ci ricorda che egli si è fatto simile a noi in tutto, tranne il peccato, per rimanere per sempre nostro fratello (cfr. Eb 2,14-18). I Padri hanno visto in questo gesto iniziale l’anticipazione di tutta la vita di Cristo: un’esistenza consegnata, dalla mangiatoia alla croce (cfr. Leone Magno, Sermone 36).
La vita consacrata, di cui oggi celebriamo la giornata mondiale, profetizza questo: che esiste un amore che non si ritira, che non si difende, che non scade con il tempo. In una cultura della provvisorietà, il “per sempre” monastico non è ostinazione, ma memoria vivente della fedeltà di Dio. Come scriveva dom André Louf, la stabilità non è immobilità, ma fedeltà a una Presenza che rimane anche quando tutto cambia (cfr. A. Louf, In cammino verso Dio, cap. 3). Non siamo noi a sostenere la promessa: è la promessa che sostiene noi (cfr. 2Tm 2,13).
Fratelli e sorelle carissimi, oggi non celebriamo solo un evento del passato. Celebriamo il mistero di una vita presentata, offerta, abitata dallo Spirito. Chiediamo la grazia di riconoscerci, come Simeone e Anna, custodi di una promessa che ci precede e ci supera. Che la nostra vita, nascosta e consegnata, continui a dire al mondo che Dio è fedele, che l’attesa non è vana, e che l’amore, quando viene da Lui, è davvero per sempre (cfr. Ap 21,5). Amen.
dom Antonio Perrella
Abate della Christiana Frateritas



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