Celebrazione in Coena Domini alla Christiana Fraternitas: " La lunghezza dell'amore di Dio".
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"E qui si comprende il passaggio decisivo: l’amore non è più solo evento, ma forma stabile di presenza nel tempo. La Commemorazione della Cena è il mêkos (la lunghezza) dell’amore di Cristo: la sua estensione reale lungo la storia". Sono le parole conclusive dell'omelia pronuncita dall'Abate Perrella per la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola in Coena Domini.
Anche alla Christiana Fraternitas, presso la Cappella "Santi benedetto e Scolastica" di Abbey House, giovedì 3 aprile 2026 si è dato inizio al triduo pasquale con la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola, la commemorazione della Cena del Signore e la lavanda dei piedi moderata dal nostro Abate dom Antonio Perrella.

Qui sotto il testo integrale dell'omelia del nostro
Reverendissimo Padre Abate dom Antonio Perrella
Testi di riferimento Gv 13;14

Carissimi fratelli e sorelle, cari amici ed amiche,
nel cammino che abbiamo iniziato con Domenica delle Palme, lasciandoci guidare dalla parola dell’Apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini (3,18–19), siamo introdotti questa sera nella seconda dimensione dell’amore di Cristo: la lunghezza, mêkos.
Se l’ampiezza (plátos) ci ha mostrato un amore che non si restringe davanti alla contraddizione dell’uomo, la lunghezza (mêkos) ci conduce dentro una questione più radicale: può l’amore durare? Può attraversare il tempo senza dissolversi, senza ridursi a memoria psicologica, senza essere consegnato all’usura dell’esperienza?
Le letture di questa liturgia non rispondono in modo astratto, ma costruiscono una risposta attraverso una progressione teologica precisa.
Nel capitolo 12 del Libro dell’Esodo, abbiamo ascoltato l’istituzione della Pasqua ebraica. In questo racconto il punto decisivo non è semplicemente l’evento della liberazione: è il comando che lo accompagna — “Questo giorno sarà per voi un memoriale”. È necessario soffermarsi su questo termine, perché esso rischia di essere frainteso se lo leggiamo con categorie moderne. Il termine ebraico sottostante (zikkārôn) non indica un ricordo soggettivo, ma una attualizzazione oggettiva dell’evento originario. Nel pensiero biblico, il memoriale non è ciò che l’uomo fa per ricordare Dio, ma ciò che Dio istituisce perché il suo atto salvifico resti efficace nel tempo.
Come osservava un esegeta, il memoriale cultuale di Israele rende presente l’azione salvifica originaria «non come semplice rappresentazione, ma come partecipazione reale» (GERHARD VON RAD, Teologia dell’Antico Testamento, vol. I, Brescia, Paideia, 1972, p. 278).
Questo significa che la liberazione dall’Egitto non resta confinata nel passato: diventa accessibile a ogni generazione.
Ora, è esattamente su questo sfondo che va compresa la seconda lettura, tratta dal capitolo 11 della Prima lettera ai Corinzi. Quando Paolo trasmette le parole di Gesù — “Fate questo in memoria di me” — non introduce un semplice ricordo, ma assume e radicalizza la categoria del memoriale biblico.
Cristo non chiede di essere ricordato: istituisce una presenza permanente.
E qui si comprende il passaggio decisivo: l’amore non è più solo evento, ma forma stabile di presenza nel tempo. La Commemorazione della Cena è il mêkos (la lunghezza) dell’amore di Cristo: la sua estensione reale lungo la storia.
Il Vangelo, con il gesto della lavanda dei piedi, si inserisce nella stessa dinamica teologica del memoriale. L’amore che si rende permanente è un amore che si abbassa, che entra nella ripetizione, che accetta la concretezza del tempo.
Agostino d’Ippona coglie con precisione questa struttura e dice: Cristo lava i piedi perché l’uomo, pur già mondato, continua a camminare nella polvere (In Ioannis Evangelium Tractatus, 55, 6: CCSL 36). L’amore che dura è un amore che accompagna, che si inserisce nella storia concreta, che accetta di rimanere accanto alla fragilità.
Dinanzi a questa grandezza dell’amore divino e alla sua fedeltà permanente, emergono le fragilità del modo con cui l’umanità vive l’amore, fraintendendone il vero senso.
L’uomo moderno non ha smesso di desiderare un amore definitivo, ma ha smarrito la fiducia nella durata. L’esperienza affettiva è sempre più concepita come reversibile, come esposta alla possibilità della revoca. Non è un caso che Zygmunt Bauman descriva le relazioni come strutturalmente “a termine”, orientate più alla possibilità di uscita che alla permanenza (Liquid Love, Polity Press, Cambridge 2003, pp. 14–15).
Questo non nasce da superficialità, ma da una paura più profonda: la paura che il tempo consumi l’amore, che la fedeltà lo svuoti, che la permanenza lo renda inautentico.
Ma qui si rivela l’equivoco: un amore che non attraversa il tempo non è ancora amore nella sua verità piena. È ancora legato all’intensità dell’inizio, ma non ha assunto la forma della realtà. L’uomo contemporaneo è affascinato dal brivido degli innamoramenti, ma non sa reggere il peso, la durata e la fedeltà dell’amore, della scelta di amore.
Cristo, invece, introduce una possibilità nuova: un amore che non si consuma nel tempo perché non dipende dal tempo, ma lo abita.
L’Eucaristia è precisamente questo: la presenza di un amore che non passa.
E questo interpella direttamente anche la vita monastica. La stabilità, la fedeltà, la perseveranza non sono semplicemente pratiche ascetiche, ma partecipazione reale al mêkos dell’amore di Cristo.
Benedetto da Norcia comprende che solo ciò che rimane può essere trasformato (Regula Benedicti, Prol. 50).
Rimanere non è resistere: è entrare nella forma dell’amore che dura.
Allora la domanda che questa liturgia pone non è generica, ma estremamente concreta: il nostro amore è capace di fedeltà? Oppure resta esposto alla logica dell’interruzione?
E ancora più profondamente: siamo disposti a ricevere un amore che ci vincola, che ci precede, che non si ritira?
Perché è questo il punto decisivo: il Memoriale della Cena ed il Memoriale dell’Amore fraterno non sono solo qualcosa che celebriamo, ma una forma di amore che ci viene consegnata.
E forse la conversione che ci è chiesta questa sera è proprio questa: passare da un amore che dipende dalle condizioni a un amore che rimane, da un amore che inizia a un amore che persevera.
Solo così l’amore diventa reale e conforme a quello che oggi impariamo da Cristo. Amen.
dom Antonio Perrella +
Qui sotto il video della omelia.


































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