Domenica "in Palmis" alla Christiana Fraternitas: "L'ampiezza dell'amore di Dio".
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"Perchè comprendiate l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità dell'amore di Cristo" (Ef 3, 18-19) Il tema della predicazione dell'intera Settimana Santa è tratto da questo verso della lettera di Paolo agli Efesini.
"Cristo si lascia determinare da ciò che riceve. Ama fino a includere anche il rifiuto. L’ampiezza è dunque questa anteriorità dell’amore: un amore che precede, che fonda, che non si ritira". Sono alcune parole dell'omelia dell'Abate dom Antonio Perrella per la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola nella domenica delle palme.
Anche alla Christiana Fraternitas, domenica 29 marzo 2026 alle ore 11.00, presso la Cappella "Santi Benedetto e Scolastica" si è dato inizio alla Grande Settimana con la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola e la commemorazione della Cena del Signore moderata dal nostro Abate Antonio Perrella. Non è mancato il segno dei rami d'olivo con la piccola processione ed un aperitivo a seguire.

Qui sotto il testo integrale dell'omelia del nostro
Reverendissimo Padre Abate dom Antonio Perrella
L'Ampiezza dell'Amore di Dio

Carissimi fratelli e sorelle, cari amici ed amiche!
Entriamo in questa Settimana Santa attraverso la domenica delle Palme che è come la soglia di un cammino. Le diverse celebrazioni ci faranno entrare nel mistero più grande, che è l’amore di Dio che si manifesta nella sua interezza e lo fa offrendo il suo Figlio diletto.
L’apostolo Paolo parlando di questo amore, nella sua Lettera agli Efesini, sembra vivere come una illuminazione mistica: comprende la grandezza di quell’amore, ma non sa esprimerlo a parole. Per provare a rendere l’idea, a far comprendere quella illuminazione che gli pervade l’anima ed il cuore fa ricorso a più parole, a più termini. Sembra quasi che tutto il vocabolario a sua disposizione non sia capace di rendere l’esperienza che sta provando e così dà fondo alle sue conoscenze per provare a trasmettere ciò che sta vedendo, comprendendo, sperimentando.
Dirà così:
«per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero. Leggendo ciò che ho scritto, potete rendervi conto della comprensione che io ho del mistero di Cristo. Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,3-4.14-19).
Le parole sono vibranti; si intuisce che nel dettarle sta attingendo ad una pienezza interiore che spera di riversare nello scritto.
Ora noi dobbiamo chiedere che il Signore ci conceda in questa Settimana Santa di entrare nella stessa conoscenza e nella stessa esperienza di Paolo, per comprendere la grandezza dell’amore di Dio e, in essa, la vera grandezza dell’amore umano, smascherando gli infingimenti di amore a cui spesso aggrappiamo i nostri cuori e le nostre vite, illudendoci di trovare pienezza in quelli che invece sono surrogati di amore.
In questa settimana santa, ci lasceremo guidare dall’amore di Cristo contemplato secondo queste quattro dimensioni paoline: ampiezza (plátos), lunghezza (mêkos), altezza (hýpsos), profondità (báthos). Non è una costruzione concettuale, ma una via di conoscenza: un itinerario spirituale dentro il mistero pasquale.
La Settimana Santa è infatti la manifestazione piena di Dio. E poiché Dio si manifesta come amore, è in questi giorni che si rivela anche la verità più profonda dell’uomo. Per questo la tradizione monastica ha sempre considerato il mistero pasquale come il luogo privilegiato della cognitio Dei et sui: conoscere Dio e, nello stesso atto, conoscere sé stessi. In un tempo in cui l’amore è spesso ridotto a esperienza fragile, selettiva, esposta all’emozione e al consumo — come ha osservato Zygmunt Bauman parlando di legami “liquidi” (Z. Bauman, Liquid Love: On the Frailty of Human Bonds, Polity Press, Cambridge 2003) — siamo chiamati a lasciarci nuovamente istruire da Dio, per ritrovare nell’amore di Cristo la verità dell’amore umano.
Oggi, in particolare, per la celebrazione della domenica delle palme, siamo introdotti nella prima di queste dimensioni: l’ampiezza (plátos).
La liturgia ci pone davanti una scena duplice: l’ingresso di Gesù in Gerusalemme che abbiamo ascoltato prima della celebrazione e la Passione dal Vangelo secondo Matteo. Non si tratta di una semplice giustapposizione, ma di una chiave interpretativa. L’ampiezza dell’amore di Cristo si lascia comprendere proprio nella tensione tra l’acclamazione e il rifiuto.
Il termine paolino plátos indica l’estensione, lo spazio aperto, ciò che non è ristretto. Ma, nella prospettiva della fede, questa ampiezza non è geometrica: è la capacità dell’amore divino di non chiudersi, di non contrarsi davanti alla risposta dell’uomo, anche quando essa è contraddittoria oppure ostile.
Cristo entra in Gerusalemme esponendosi. Non seleziona, non filtra, non attende condizioni favorevoli. Entra nella città così com’è: con i discepoli fragili, con una folla mutevole, con autorità ostili. Come nota Origene, Cristo visita tutte le anime senza escluderne alcuna (Origene, Commentarium in Matthaeum, XVI, 10: GCS 40, Leipzig 1935, p. 515). Questa è la prima forma dell’ampiezza: un amore che non si difende restringendosi.
Ma la liturgia non si ferma all’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Ci conduce immediatamente nella Passione con l’evangelo proclamato ed ascoltato. E qui si manifesta una verità più profonda: mentre il rifiuto si estende, l’amore non si ritira. Anzi, resta.
La tradizione monastica ha contemplato a lungo questo “restare” di Cristo. Nei sermoni di Bernardo di Chiaravalle ritorna spesso l’idea di un amore che «non viene meno neppure quando non è ricambiato» (Sermones super Cantica Canticorum, 83, 4: ed. J. Leclercq – H. Rochais, Roma 1957–1977). L’ampiezza dell’amore è qui: non nella semplice apertura iniziale, ma nella fedeltà a questa apertura anche quando tutto sembra contraddirla.
E ancora più radicalmente, Isacco della Stella contempla Cristo come colui che porta in sé simultaneamente la giustizia e la misericordia, senza escludere nulla dell’umano (cf. Sermo 31, PL 194, 1793–1798). L’ampiezza dell’amore divino è dunque la capacità di tenere insieme ciò che nell’uomo si divide: fedeltà e tradimento, accoglienza e rifiuto.
Questo interpella profondamente anche la nostra vita monastica. Perché la tentazione non è solo nel mondo: è nel cuore. Anche la vita spirituale può diventare selettiva, può cercare un amore “puro” nel senso di protetto, delimitato, non esposto. Si può desiderare Dio senza voler portare il peso dell’ambiguità umana — propria e altrui.
Ma Cristo non percorre questa via. Non salva selezionando. Salva piuttosto includendo.
Ed è qui che la sua ampiezza si rivela come giudizio sulle nostre forme di amare. L’amore umano, quando non è purificato, tende a restringersi: ama ciò che conferma, ciò che corrisponde, ciò che non ferisce. Amiamo chi asseconda i nostri pensieri, i nostri progetti, le nostre voglie. E se qualcuno tenta di mostrarci una strada diversa, immediatamente nella nostra mente quel qualcuno diventa un ostacolo, un impedimento, persino un arcigno avversario. Nel mondo contemporaneo, dietro il linguaggio dell’inclusione, spesso si nasconde una inclusione condizionata, fragile, revocabile. Un amore che, in realtà, resta esposto alla logica del rifiuto.
La folla delle Palme è figura di questo amore instabile. Acclama finché l’immagine di Cristo corrisponde alle attese: il messia trionfante; rifiuta quando essa si infrange contro la realtà della croce: crocifiggilo. Gregorio Magno osserva con realismo che il cuore umano «si muta con facilità secondo gli eventi» (Homiliae in Evangelia, II, 37, 1: PL 76, 1275). Senza una trasformazione profonda, l’amore resta esposto a questa oscillazione.
Cristo, invece, non si lascia determinare da ciò che riceve. Ama fino a includere anche il rifiuto. L’ampiezza è dunque questa anteriorità dell’amore: un amore che precede, che fonda, che non si ritira.
Per questo i maestri della vita spirituale hanno spesso parlato dell’amore di Dio come di uno spazio nel quale l’uomo può finalmente respirare. Caterina da Siena lo descrive come un “mare pacifico e profondo” (Dialogo della Divina Provvidenza, cap. 30, ed. N. Tommaseo, Firenze 1860, p. 102): non un amore che esige condizioni, ma un amore che accoglie e trasforma.
All’inizio di questa Settimana Santa, siamo dunque chiamati a sostare in questa ampiezza. Non per comprenderla soltanto, ma per lasciarci abitare da essa e da essa lasciare dilatare il nostro cuore. Perché solo un amore così ampio può guarire le nostre ristrettezze, le nostre difese, le nostre selezioni.
E questo è solo l’inizio del cammino. Se oggi contempliamo l’ampiezza (plátos), nei prossimi giorni entreremo più profondamente nel mistero di questo amore rivelato dalla passione morte e risurrezione di Cristo: la lunghezza (mêkos) dell’amore che permane nel tempo; l’altezza (hýpsos) dell’amore che si compie sulla croce; la profondità (báthos) dell’amore che discende fino al fondo dell’umano per rigenerarlo.
Ma tutto comincia qui: da un amore che non si restringe.
E forse oggi la prima conversione che ci è chiesta, entrando nella Pasqua, è proprio questa: lasciare che il nostro cuore, spesso difeso e misurato, impari lentamente l’ampiezza di Cristo. Non per uno sforzo morale, ma per partecipazione: dimorando in Lui, fino a scoprire che solo un amore così — così ampio — è veramente degno dell’uomo, perché è già, in noi, partecipazione dell’amore di Dio! Amen.
dom Antonio Perrella +
Qui sotto il video integrale dell'omelia


















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