Mercoledì delle Ceneri 2026 alla Christiana Fraternitas
- 19 feb
- Tempo di lettura: 6 min
"«Ricordati che sei polvere»: non è una condanna, ma una verità abitabile. Isacco di Ninive afferma che «la conoscenza della propria debolezza è la madre della vera preghiera» (Discorsi ascetici, I, 72). La polvere è il luogo in cui Dio ha già soffiato il suo Spirito (Gen 2,7). Ritornare a Dio significa accettare di essere il luogo di questo soffio, non la sua origine". Queste sono alcune parole dell'omelia dell'Abate Perrella per la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola per l'inaugurazione del "Tempo del Deserto" (Quaresima).

Mercoledì 18 febbraio 2026 alle ore 19.30, presso la Cappella "Santi Benedetto e Scolastica" della Christiana Fraternitas si è inaugurato il Tempo del Deserto ai più conosciuto come la Quaresima. Alla Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola, moderata dal nostro Abate Antonio, non è mancata la liturgia stazionaria e il segno delle Ceneri.
Qui sotto il testo integrale dell'omelia del nostro
Reverendissimo Padre Abate dom Antonio Perrella
in occasione della Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola
per l'inaugurazione del "Tempo del Deserto" 2026

Cari Fratelli e Sorelle,
oggi con il mercoledì delle ceneri diamo inizio al tempo di quaresima, che fra i segmenti dell’anno liturgico, è probabilmente uno dei più densi di contenuti e sollecitazioni spirituali.
Il Signore, attraverso la voce del profeta, ci ha dolcemente e perentoriamente rivolto un invito:
«Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12).
La conversione biblica non nasce mai come risposta a un precetto, ma come risposta a una voce. La liturgia delle Ceneri si apre con una parola che precede ogni iniziativa dell’uomo. Non siamo convocati perché colpevoli, ma perché chiamati. Il verbo convertirsi, nel testo profetico, è reso dall’ebraico šûb. Questo termine non indica anzitutto il rimorso, bensì il ritorno a una relazione originaria. Israele non è invitato a diventare altro, ma a rientrare in ciò che ha smesso di abitare.
Nel linguaggio profetico, il peccato non è prima di tutto una trasgressione, ma una dislocazione. L’uomo è fuori posto rispetto a Dio, e per questo è fuori posto rispetto a sé stesso. Origene interpreta l’intera storia della salvezza come un grande movimento di esodo e ritorno: «Allontanarsi da Dio è cadere; ritornare a Dio è risorgere» (Homiliae in Exodum, VI, 9). La conversione è quindi il suo principio permanente della vita spirituale; anzi, la vita spirituale è il permanere in uno stato di conversione.
Per la nostra comunità monastica, che vive stabilmente in uno spazio consacrato, questa parola ha un peso particolare. L’esilio di cui parla la Scrittura può essere vissuto senza muoversi. Si può restare nel luogo e perdere l’orientamento del cuore. La Quaresima si apre allora come tempo di verità per rispondere alle domande: dove abita realmente il nostro cuore? A quale centro ritorna spontaneamente quando non è custodito?
«Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12).
Il testo insiste: con tutto il cuore. Nella Bibbia il cuore non è una parte dell’uomo, ma l’uomo nella sua unità interiore. È il luogo dove si decide a chi appartenere. La conversione è sempre una questione di totalità, non di intensità. Non chiede sforzi straordinari, ma l’abbandono delle riserve.
Il Salmo 50, che accompagna questa liturgia, lo chiarisce con una precisione disarmante: «Crea in me, o Dio, un cuore puro» (Sal 51,12). Non dice: correggi, migliora, rafforza. Dice: crea. La conversione biblica implica un atto creativo di Dio. Agostino commenta: «Colui che ti ha creato senza di te non ti giustifica senza di te» (Sermo 169, 11), ma resta vero che l’iniziativa è divina. L’uomo offre il consenso, non il principio.
Qui si innesta il linguaggio neotestamentario della metánoia. Non un semplice cambiamento morale, ma una trasformazione della mente profonda, della noûs. Evagrio Pontico afferma che la conversione autentica è «il ritorno dell’intelletto al cuore» (Capita gnostica, I, 26). Quando l’intelletto si disperde, anche la vita spirituale si frammenta. Convertirsi è ritrovare l’unità interiore.
Per chi vive immerso nella Scrittura e nella liturgia, il rischio non è l’ignoranza, ma la dissociazione: parole vere, cuore altrove. Gregorio di Nazianzo avverte che «è possibile parlare di Dio e non appartenere a Dio» (Oratio 2, 71). La Quaresima riapre questa ferita salutare e ci offre la possibilità di ricostruire l’unità frammentata del nostro io disperso.
«Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12).
La seconda lettura introduce un accento decisivo a questo ritorno: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20). Paolo rovescia la prospettiva. Non dice: riconciliatevi, ma lasciatevi riconciliare. La conversione cristiana non è un movimento simmetrico tra Dio e l’uomo. È l’accoglienza di un atto già compiuto in Cristo.
«Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore» (2Cor 5,21). Qui la conversione raggiunge il suo fondamento cristologico. Non ritorniamo a Dio portando qualcosa, ma entrando in un’opera che ci precede. Tommaso d’Aquino osserva che la riconciliazione non elimina la conversione, ma ne è la causa (cf Super II ad Corinthios, cap. 5, lect. 4). Ci convertiamo perché siamo stati raggiunti.
Questo ha conseguenze profonde per la nostra vita monastica. Si può vivere l’ascesi come un tentativo di colmare la distanza, invece che come risposta a una vicinanza già donata. Guglielmo di Saint-Thierry scrive che «la grazia non segue lo sforzo, ma lo suscita» (De gratia et libero arbitrio, 6). La Quaresima diventa allora il tempo in cui si depongono anche le forme sottili di autosufficienza spirituale.
«Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12).
Paolo aggiunge: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2Cor 6,2). La conversione non è rimandata a un futuro ideale. È sempre legata all’oggi di Dio. Il kairós non è un tempo più intenso, ma un tempo aperto. La Quaresima non crea un tempo diverso, ma svela ciò che ogni tempo potrebbe essere.
Per questo, nel Vangelo, Gesù non ci parla di una teoria della conversione, non costruisce una teologia della conversione. Gesù ci offre una prassi di conversione, una prassi convertita. Il Signore parla concretamente di elemosina, preghiera, digiuno. Tuttavia li sottrae allo sguardo umano. «Il Padre tuo, che vede nel segreto» (Mt 6,4.6.18). La conversione cristiana è un rientrare nel segreto, non un’esposizione. Non consiste nel fare cose nuove, ma nel fare le stesse cose davanti a Dio e non davanti a sé stessi.
Ciò che accomuna le opere classiche della conversione quaresimale – l’elemosina, la preghiera ed il digiuno – è proprio la loro forza di spostare il baricentro. Nel compiere queste tre opere noi decentriamo la nostra vita dal possesso (l’elemosina), da noi stessi (la preghiera), dai nostri appetiti e bisogni (il digiuno). Convertirsi, tornare a Dio, allora, richiede il coraggio di de-centrarsi da sé stessi, per ri-con-centrarsi su Dio, anzi in Dio.
Cassiano osserva che il vero digiuno non consiste nell’astenersi dal cibo, ma nel «liberare il cuore dalla compiacenza» (Collationes, XXI, 23). Il Vangelo smaschera una conversione che resta in superficie, che rafforza l’io invece di decentrarlo. Per il monaco, il segreto è il luogo più esigente: è lo spazio in cui cade ogni ruolo spirituale, cade il velo della ipocrisia e dell’alibi della funzione che si ha (che potrebbe anche essere finzione) per stare dinanzi alla verità di sé stessi: sono monaco, sono battezzato, ma sono realmente centrato in Dio?
«Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12).
Il rito delle ceneri sigilla corporalmente questa parola. Storicamente, la cenere appartiene al linguaggio biblico del lutto, della penitenza e della verità (cf. Gb 42,6; Est 4,1). Nei primi secoli cristiani era legata soprattutto alla penitenza pubblica dei peccatori riconciliati il Giovedì santo. Solo a partire tra l’VIII e il X secolo il gesto viene esteso a tutta la comunità, come riconoscimento che tutta la Chiesa vive nella condizione di chi ha bisogno di conversione.
Questo sviluppo non è secondario. Significa che la Chiesa ha compreso che la conversione non è uno stato eccezionale, ma la forma normale della vita cristiana. Le ceneri non distinguono, ma livellano. Nessuno è già arrivato.
«Ricordati che sei polvere»: non è una condanna, ma una verità abitabile. Isacco di Ninive afferma che «la conoscenza della propria debolezza è la madre della vera preghiera» (Discorsi ascetici, I, 72). La polvere è il luogo in cui Dio ha già soffiato il suo Spirito (Gen 2,7). Ritornare a Dio significa accettare di essere il luogo di questo soffio, non la sua origine.
Cari fratelli e sorelle, cari amici,
la Quaresima si apre come un lungo ritorno, mai concluso, sempre riaperto. Non un cammino di perfezionamento, ma di esposizione alla verità. Per tutti noi, significa forse rinunciare all’illusione di essere già “dentro” e accettare di essere sempre di nuovo chiamata.
E la voce di Dio, paziente e insistente, non cambia mai tono né contenuto:
«Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12).
dom Antonio Perrella
Abate della Christiana Fraternitas
Qui sotto il video della Celebrazione















Commenti