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IX Anniversario di Fondazione della Christiana Fraternitas: "Non stenderò le mani sul mio signore, perché egli è il consacrato del Signore" (1Sam 24)

  • Christiana Fraternitas
  • 24 gen
  • Tempo di lettura: 6 min

"Nel giorno del IX Anniversario di Fondazione della Christiana Fraternitas, la Parola ci invita a tornare alla grotta e ad ascendere al monte. Alla grotta, per imparare ancora a non stendere la mano, a non appropriarsi del bene ma lasciare a Dio il giudizio. Al monte, per ricordare che siamo stati chiamati non per primeggiare, ma per stare con Cristo, nella povertà della sua presenza quotidiana, che spesso non consola ma custodisce." Sono le parole tratte dalla chiosa dell'omelia tenuto il Rev. mo Abate dom Antonio Perrella per la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola nella Solennità dell'Opera di Dio nella fondazione della Christiana Fraternitas.



Mercoledì 21 gennaio 2026 alle ore 20.00, presso la Cappella "Santi Benedetto e Scolastica" in Lido Azzurro - Taranto, si è aperto il triduo in preparazione alla Solennità del IX Anniversario della Fondazione della Christiana Fraternitas con la veglia di preghiera per le vocazioni alla vita monastica.


Giovedì 22 gennaio alle ore 19.30, è stato proiettato "l'album di famiglia", una carrellata di video e foto che hanno documentato questi nove anni di seria ricerca spirituale della Famiglia monastica. Il tutto allietato da un ottimo vinbrulé e squisiti dolci preparati secondo le ricette del nostro monastero.

Venerdì 23 gennaio alle ore 19.30 si è tenuta la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola con la Commemorazione della Cena del Signore per la Solennità. A seguire un bel momento di fraternità e la candelina della torta da spegnere.



Testo integrale dell' omelia del Reverendissimo Abate

dom Antonio Perrella

per il IX Anniversario di Fondazione


Testi di riferimento: 1Sam 24,3-21; Sal 56 (57); Ef 1, 3-12; Mc 3,13-19


Miei amatissimi fratelli e sorelle nella consacrazione,

Carissimi Consultori del Capitolo,

Carissimi fratelli e sorelle nel battesimo e nella fede nel Signore Gesù,

amici ed amiche tutti,


la Parola di Dio che abbiamo ascoltato oggi ci introduce in due luoghi che sono insieme geografici e spirituali: una grotta e un monte. Sono due spazi biblici della rivelazione, due luoghi dove l’uomo è spogliato e allora Dio può agire senza ostacoli. È significativo che, nel giorno in cui celebriamo il IX Anniversario di Fondazione di questa Comunità, la Scrittura non ci parli di imprese o di successi, ma di una rinuncia, di un trattenersi, di uno stare.

La Fondazione di una compagnia di persone che vogliono seriamente cercare Dio e fare di Dio il centro della propria esistenza avviene allora nel silenzio di questi luoghi interiori, dove l’uomo non può più sostenersi da sé stesso. In questo anniversario noi rileggiamo la nostra storia e riconosciamo di aver imparato bene questa lezione della Scrittura: noi non ci sosteniamo da noi stessi, non presumiamo di bastare a noi stessi, noi ci fondiamo su Gesù Cristo; in Lui riconosciamo la nostra stabilitas. Ed è per questo che forse siamo profeti provocatori: in un mondo in cui l’ideale propinato è quello di essere autosufficienti, di bastare a sé stessi, di non aver bisogno di nessuno, noi attestiamo – con la forma stessa della nostra vita – che questa è una colossale quanto innaturale bugia. L’uomo ha necessità di appigli, brama gli appoggi, necessita di consistenza. Con la nostra vita monastica noi proclamiamo al mondo intero: appoggiati a Gesù senza paura, sostieniti in Lui senza resistenze e non vacillerai!


Nel racconto del Primo Libro di Samuele, Davide si trova nella caverna con Saul. Il testo ebraico è estremamente sobrio, ma carico di tensione. Quando Davide taglia il lembo del mantello di Saul, il testo dice letteralmente: «il cuore di Davide lo colpì» (1Sam 24,6). Non è un semplice rimorso psicologico: nella Bibbia il lev (il cuore) è il luogo del discernimento davanti a Dio, il centro in cui l’uomo decide davanti allo sguardo del Signore. È come se il cuore, illuminato dalla presenza divina, si ribellasse a un gesto che, pur minimo, ha violato qualcosa di sacro. Davide non ha versato sangue, ma ha sfiorato simbolicamente l’identità dell’altro; e questo basta perché il cuore si ribelli.

Quel qualcosa è il māšîaḥ YHWH, il «messia, il consacrato del Signore». Davide comprende che l’unzione non è un premio morale, ma un mistero che appartiene a Dio. Anche quando l’uomo consacrato è divenuto infedele, l’unzione non diventa proprietà di chi lo giudica. Origene, nell’Omelia prima sul Primo libro di Samuele, scrive: «Davide comprese che l’unzione non viene sciolta dal giudizio dell’uomo, ma soltanto dal giudizio di Dio» («David intellexit quod unctio non hominis iudicio solvitur, sed Dei solius iudicio»: PG 12, 1009).


Qui si tocca un nodo decisivo: la consacrazione precede e supera la storia morale del consacrato. Davide non difende Saul, ma difende Dio da una strumentalizzazione religiosa del proprio desiderio di giustizia. Rinunciando a colpire Saul, Davide rinuncia soprattutto a impossessarsi di Dio.

Questo è un gesto profondamente monastico. Il monaco non è colui che elimina il conflitto, ma colui che rinuncia a risolverlo con le proprie mani, perché sa che una soluzione affrettata può diventare una profanazione. San Gregorio Magno, commentando questo episodio, afferma: «I santi spesso avrebbero la possibilità di nuocere, ma temono che, nuocendo, possano ferire l’unzione» («Sancti saepe possunt nocere, sed timent ne, nocendo, unctionem laedant»: Moralia, lib. XXII, cap. 6; PL 76, 202).

La vera vittoria, per Davide, è non appropriarsi del tempo di Dio. Nella grotta, Davide impara ciò che ogni monaco impara nel chiostro: la promessa non va anticipata, la chiamata non va forzata. La stabilità monastica nasce proprio da questa pazienza teologale, che preferisce attendere piuttosto che avere ragione.

Il Salmo responsoriale poi ci permette di entrare nella preghiera interiore di Davide: «All’ombra delle tue ali mi rifugio». Attenzione che l’immagine non è sentimentale: le ali sono il luogo della protezione del Tempio, lo spazio della Shekinah, il punto in cui il cielo tocca la terra. Rifugiarsi sotto le ali di Dio significa accettare di rimanere esposti, vulnerabili, ma custoditi dall’Altissimo. È una teologia della debolezza abitata.

Cassiano, nelle Collationes, dirà che la vera ascesi non consiste nell’evitare la tentazione, ma nel consegnarla a Dio con perseveranza (cf Coll. IX, 18). La vita monastica non elimina l’insidia; la attraversa sotto le ali di Dio.


Fratelli e Sorelle, quando arriviamo al Vangelo che è stato proclamato, il movimento si capovolge: non più una discesa nella grotta, ma una salita sul monte. Il testo greco di Marco è essenziale e densissimo al tempo stesso: «E salì sul monte e chiamò a sé quelli che egli voleva» («kai anabainei eis to oros kai proskaleitai hous ēthelen autos»: Mc 3,13).

Il verbo salì (anabainein-ἀναβαίνειv) indica un’ascesa che non è solo spaziale ma teologica: nella Scrittura, salire sul monte significa entrare nello spazio della rivelazione, dove l’iniziativa è sempre di Dio. Il monte non è conquistato dall’uomo per la sua scalata, è piuttosto il luogo in cui l’uomo è raggiunto dall’Eterno.

Il verbo chiamò (proskaleitai-προσκαλεῖται), da kaleō, non indica una chiamata che semplicemente crea relazione, che avvicina. Gesù non chiama per colmare un suo bisogno, ma per condividere una comunione. Marco specifica anche il motivo della chiamata, della convocazione; Il testo italiano dice: «perché stessero con lui» (hina ōsin met’autou-ἵνα ὦσιν μετ’αὐτοῦ). Tuttavia, questa traduzione non rende bene il greco che afferma di più. Met’autou non indica solo una prossimità fisica, ma una condivisione di destino. Possiamo dire allora che “stare con Gesù” significa entrare nella sua forma di vita, nel suo modo di essere davanti al Padre. Prima di ogni missione, prima della predicazione e del combattimento spirituale, c’è da realizzare la comunione.

«La prima cosa è essere con Gesù, poi viene la missione; altrimenti il lavoro è senza sorgente» direbbe Beda il Venerabile, nel suo Commento al Vangelo di Marco («Primum est esse cum Iesu, deinde missio; aliter labor sine fonte est»: In Marcum, lib. I, cap. 3; PL 92, 181).

Questo versetto è una vera regola monastica in forma evangelica. San Benedetto non definisce il monaco a partire da ciò che fa, ma da dove dimora: «habitare in monasterio usque ad mortem» (RB 58,17),

ossia: «abitare nel monastero fino alla morte». Ricordare la Fondazione allora significa anche rinnovare la fedeltà a questa dimora, a queste relazioni tra confratelli, tra monaci e fedeli e amici, a questo stare. Oggi, se pure lo vogliamo e ci sforziamo non promettiamo di essere migliori, promettiamo soprattutto di restare disponibili, di non fuggire dal luogo dove Cristo ci ha chiamati.

È poi significativo che nel Vangelo ascoltato Marco nomini tutti i Dodici e non ometta neppure Giuda. La comunione che Gesù fonda allora non è una comunione ideale, è una comunione reale, ferita, esposta. Gesù chiama anche colui che lo tradirà, e questo dice che la comunione non è garantita dalla purezza dei membri, ma dalla fedeltà del Chiamante. Massimo il Confessore scrive che la vera comunione è quella che attraversa la contraddizione senza spezzarsi (cf Ambigua, 41; PG 91, 1304). In una comunità monastica — tanto più ecumenica — non siamo uniti perché identici, ma perché chiamati dallo stesso Signore a stare con Lui, ciascuno con la propria ombra.

Nel giorno del IX Anniversario di Fondazione della Christiana Fraternitas, la Parola ci invita a tornare alla grotta e ad ascendere al monte. Alla grotta, per imparare ancora a non stendere la mano, a non appropriarsi del bene ma lasciare a Dio il giudizio. Al monte, per ricordare che siamo stati chiamati non per primeggiare, ma per stare con Cristo, nella povertà della sua presenza quotidiana, che spesso non consola ma custodisce.

Che il Signore ci conceda un cuore che trema davanti a Lui, mani che non si alzano contro il fratello, e una fedeltà semplice, stabile, e silenziosa. Amen.


dom Antonio Perrella



Qui sotto il video integrale della



Ci scusiamo per l'errore in locandina... errata corrige: IX anniversario


Pax

Ut unum sint

 
 
 

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