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Celebrazione in Passione Domini alla Christiana Fraternitas: "L'altezza dell'amore di Dio".

  • 3 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

"La croce [...] mostra che un amore che non si sottrae al costo. Non perché il dolore sia un valore in sé, ma perché l’amore, per essere vero, deve essere capace di oltrepassare la misura del proprio interesse". Alcune parole dell'Abate dom Antonio per l'omelia della Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola per il venerdì santo.



Alla Christiana Fraternitas, presso la Cappella "Santi Benedetto e Scolastica" in Lido Azzurro, Taranto, alle ore 14.30 di venerdì 3 aprile 2026, si è tenuta la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola in Passione Domini.



Qui sotto il testo integrale dell'omelia del nostro

Reverendissimo Padre Abate dom Antonio Perrella


L’altezza dell’amore (hýpsos)

Carissimi fratelli e sorelle, cari amici ed amiche,

quest’ora ci appare buia, per il dolore della morte. Dinanzi alla morte, per quanto credenti, ci lasciamo sempre sorprendere dalle tenebre del distacco.

La Celebrazione della Passione del Signore è austera: abbiamo iniziato nel silenzio, ci siamo prostrati con la faccia a terra. Questa Celebrazione ha il spore della essenzialità: silenzio ed ascolto, assenza della musica e discrezione del canto, semplicità dei gesti e dei riti.

Questo linguaggio rituale viene spesso definito come austerità del Venerdì santo. A me sembra invece che si tratti proprio di essenzialità. Sì, siamo messi dinanzi a ciò che è essenziale, decisivo, fondamentale; e come tale è asciutto, diretto, non cede a voli poetici o retorici, va dritto al punto.

Questa Celebrazione è allora luminosa perché ci permette di entrare nella intelligibilità della Passione.

Continuando il cammino tracciato dalla parola dell’Apostolo nella Lettera agli Efesini (3,18–19), siamo introdotti nella terza dimensione dell’amore di Cristo: l’altezza, hýpsos.

Se la lunghezza (mêkos) ci ha mostrato un amore che permane nel tempo, l’altezza (hýpsos) ci conduce al punto in cui questo amore giunge alla sua piena manifestazione, al suo compimento. Ma qui si impone subito un paradosso: il culmine dell’amore così come ce lo ha presentato Gesù non coincide con l’evidenza della gloria, bensì con la forma della croce.

Le letture proclamate oggi costruiscono progressivamente questa rivelazione.

Il quarto canto del Servo sofferente nel Libro di Isaia (Is 52,13–53,12) presenta una figura che, proprio mentre viene “innalzata” (yārûm), appare sfigurata, privata di ogni bellezza. Qui si intrecciano due movimenti: elevazione e abbassamento. Il Servo è “innalzato” perché si lascia consegnare. È fondamentale comprendere che questo testo non descrive semplicemente una sofferenza subita, ma una sofferenza assunta in modo vicario: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze”. Come sottolinea Joseph Ratzinger, il nucleo teologico del canto del servo sofferente consiste nella sostituzione: il giusto entra nel luogo del peccatore (Gesù di Nazaret, vol. II, LEV, 2011, pp. 185–190).

La seconda lettura, dalla Lettera agli Ebrei (4,14–16; 5,7–9), approfondisce questa dinamica mostrando Cristo come il sommo sacerdote che, “pur essendo Figlio”, impara l’obbedienza attraverso la sofferenza. Qui non si tratta di un apprendimento morale, ma di una realizzazione storica della filiazione: l’amore filiale si manifesta nel consegnarsi.

Il racconto della Passione del Vangelo secondo Giovanni conduce poi questa rivelazione al suo vertice. In Giovanni, la croce non è semplicemente un evento tragico, ma è già interpretata come esaltazione: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32).

Qui il termine “innalzato” (hypsōthēnai) è decisivo: è lo stesso campo semantico di hýpsos. L’innalzamento sulla croce è contemporaneamente umiliazione ed esaltazione.

Agostino d’Ippona lo formula con una precisione che resta insuperata: “Il Signore fu esaltato sulla croce, perché l’umiltà fosse il nostro insegnamento” (In Ioannis Evangelium Tractatus, 51, 3: CCSL 36).

A questo punto diventa chiaro che cosa significhi contemplare l’altezza dell’amore: significa riconoscere che l’amore giunge al suo culmine quando non si sottrae alle conseguenze del dono.

Una delle più profonde deformazioni dell’amore oggi consiste nella sua condizionalità strutturale. L’amore è pensato come valido finché non comporta perdita eccessiva, finché non mette in crisi l’equilibrio personale, finché resta compatibile con l’autorealizzazione. Quando il dono diventa esigente, l’amore umano sfigurato si ritrae.

Ma proprio per questo non giunge mai alla sua verità.

La croce smaschera questa logica. Mostra che un amore che non si sottrae al costo. Non perché il dolore sia un valore in sé, ma perché l’amore, per essere vero, deve essere capace di oltrepassare la misura del proprio interesse.

Massimo il Confessore interpreta la croce come il punto in cui tutte le polarità vengono ricapitolate: vita e morte, giustizia e misericordia, divino e umano (Ambigua, 41: PG 91, 1308–1312). Questo significa che l’amore giunge al suo culmine quando è capace di tenere insieme ciò che umanamente appare inconciliabile.

La tradizione mistica ha riconosciuto che questo passaggio è inevitabile. Giovanni della Croce descrive il cammino dell’amore come una purificazione radicale, nella quale ogni appropriazione viene meno (Subida del Monte Carmelo, II, 5, 3). L’amore cresce proprio là dove perde il possesso.

In questo senso, la croce rivela la verità dell’amore umano smascherando la sua contraffazione fondamentale: l’idea di poter amare senza perdere.

Cristo, invece, perde tutto. E proprio per questo ama fino in fondo.

Per una comunità monastica, questo non è un principio astratto. Significa interrogarsi sulla qualità reale del proprio amore: è un amore che resiste finché è sostenuto, o è un amore che attraversa anche la prova, la fatica, la notte? È un amore disposto a decentrarsi o è un amore che non vuole conoscere il sacrificio, la rinuncia ai propri progetti, la perdita di sé stessi per ritrovarsi veramente nell’amore vero di Cristo?

La liturgia di oggi non chiede una risposta teorica. Ci pone davanti alla croce perché essa diventi la misura unica del nostro amore.

E forse la conversione che ci è chiesta è proprio questa: lasciarci condurre da un amore che non si ritrae, che non si difende, che non si interrompe quando diventa esigente, che non getta la spugna quando richiede la fatica, che non si distrae quando la fedeltà non è più spontanea ma richiede un atto deciso della volontà e del dono di sé.

Solo un amore che giunge fino alle conseguenze ultime è veramente alto (hýpsos), degno riflesso e prolungamento dell’amore di Cristo crocifisso per noi. Amen.

dom Antonio Perrella+



Qui sotto il video dell'omelia.




PAX

UT UNUM SINT

 
 
 

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