Veglia Pasquale in Resurrectione Domini alla Christiana Fraternitas: "La profondità dell'amore di Dio".
- 5 apr
- Tempo di lettura: 5 min
"Scendiamo nelle profondità di quest’amore… e risorga l’amore vero, risorga la vita vera… in una parola, uscendo dalle finzioni dell’amore, risorga finalmente la vera umanità! L’umanità del Risorto! Alleluja Alleuja!". Sono alcune parole di chiosa tratte dall'omelia dell'Abate dom Antonio Perrella per la veglia pasquale. Il triduo è stato caratterizzato dalla predicazione sulle quattro dimensioni paoline dell'amore di Cristo: ampiezza, lunghezza, altezza, profondità.

Alla Christiana Fraternitas, presso la Cappella "Santi Benedetto e Scolastica" sabato 4 aprile 2026 alle ore 22.30, si è tenuta la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola in Resurrectione Domini. Naturalmente non è mancata la liturgia del fuoco, del cero e dell'acqua.
Qui sotto il testo integrale dell'omelia del nostro
Reverendissimo Padre Abate dom Antonio Perrella
La profondità dell’amore (báthos)
Carissimi fratelli e sorelle, cari amici ed amiche,
questa notte è veramente beata, questa notte è veramente splendente! Oggi, nel Cristo definitivamente vittorioso e risorto, risorge ogni cosa: l’umanità, il creato, la storia!
Al canto di questa vittoria ci sta conducendo proprio il ritmo di questa celebrazione, che non è solo l’annuncio gioioso della Pasqua di risurrezione ma è anche un itinerario mistagogico attraverso il quale siamo introdotti nella profondità dell’amore di Dio.
Tornando un’ultima volta alla luce della parola della Lettera agli Efesini (3,18–19), che ci ha guidato in questa Settimana Santa, contempliamo ora la quarta dimensione dell’amore di Cristo: la profondità, báthos.
Se l’altezza ci ha condotti al culmine, la profondità ci conduce al movimento più paradossale: la discesa.
L’intera liturgia di questa notte è costruita su questa dinamica.
Il ciclo delle sette letture ci ha come condotti per mano nella storia dell’amore di Dio, ci ha accompagnati passo passo a riscoprire la costante discesa di Dio verso di noi.
La prima grande lettura, dal Libro della Genesi, presenta la creazione come un emergere dall’abisso (tehôm). La luce non elimina il caos con un atto esterno, ma lo ordina dall’interno.
Il racconto del passaggio del mare nel Libro dell’Esodo introduce una dinamica analoga: Israele non viene salvato evitando le acque, ma attraversandole. La salvezza passa attraverso una discesa solo simbolica nella morte.
Le letture profetiche poi ci hanno mostrato che questa discesa ha un fine: la trasformazione del cuore dell’uomo.
Ma è soprattutto la lettura della Lettera ai Romani (6,3–11) a rivelare il significato pieno: “Siamo stati sepolti con lui nella morte”. Il battesimo non è un semplice rito di appartenenza, ma una partecipazione reale alla discesa di Cristo.
Il termine báthos indica precisamente questo: ciò che è profondo, ciò che si trova al fondo, ciò che non è immediatamente accessibile. Teologicamente, esso rimanda alla kenosi, al movimento con cui Dio entra nella condizione umana fino alle sue estreme conseguenze.
E qui si manifesta il contrasto con una delle forme più diffuse di deformazione dell’amore: la sua superficialità. L’amore contemporaneo tende a restare in superficie: cerca l’esperienza, ma evita il coinvolgimento radicale; desidera la relazione, ma teme la compromissione; vuole l’altro, ma senza entrare nella sua oscurità; invoca legami, ma non sopporta vincoli; cerca possesso, ma non accetta limitazioni.
È un amore che non scende profondamente. E proprio per questo non trasforma.
La liturgia della Veglia risponde a questa illusione, a questo fraintendimento, a questa deformazione dell’amore attraverso alcuni segni eloquentissimi.
La luce del cero pasquale nasce nel buio e si diffonde progressivamente con l’accensione delle nostre candele. Non elimina le tenebre con un atto immediato, ma le attraversa. Gregorio di Nissa parla della conoscenza di Dio come di una “tenebra luminosa” (De vita Moysis, II, 163): Dio si incontra entrando nella profondità, non restando in superficie. Quanto è difficile riconoscere Dio e rimanere fedeli al suo amore, quando egli sembra tacere, quando non ci concede la gioia della sua presenza. Quella che i mistici chiamano “la notte oscura dell’anima” (cioè una sorta di totale silenzio di Dio, tanto da sperimentarne come un’assenza) è invece l’atto supremo dell’amore verso di lui, perché è un amore sceso nella profondità: ti amo, anche quando ti sottrai a me!
L’acqua battesimale, poi, è immersione reale. Cirillo di Gerusalemme insiste che nel battesimo siamo realmente sepolti con Cristo per risorgere con lui (Catecheses Mystagogicae, II, 4: PG 33, 1080). Non si accede alla vita nuova senza passare attraverso la profondità. L’amore per Cristo, come anche l’amore per gli altri, non è vero se non scende nel profondo, se non si radica nella innervature stesse di ciascuno di noi. Amare e rimanere fedeli quando è facile, non è vero amore. Piuttosto la martyria dell’amore, cioè l’amore che costa manifesta un amore adulto.
Cristo scende fino al fondo dell’umano: entra nella morte, nell’abbandono, nel nulla. Non resta esterno, non osserva da lontano, ma si compromette radicalmente e lo fa entrando nella negazione di sé stesso. Dio, autore della vita, scende nella morte; il Verbo eterno si lascia calare nel silenzio del sepolcro; il Giudice del mondo si immerge nello sheol, discende negli inferi. Un amore, che non sa stare nella negazione di sé, cioè nella ricerca non del proprio interesse, benessere e tornaconto, è solo una finzione di amore. La tradizione monastica ha sempre riconosciuto in questa discesa la via della verità: solo chi accetta di scendere può essere trasformato.
In questo senso, la Veglia Pasquale smaschera l’illusione di un amore senza coinvolgimento. Un amore, che non entra nella profondità dell’altro, resta sterile. Se il mio amore non scende nella tua più intima povertà, allora io non ti amo veramente. Se il mio amore non entra nelle profondità del sacrificio di sé per elevare te, allora io non ti amo veramente.
Cristo, invece, entra. E proprio entrando nel profondo, trasforma, risuscita.
Il Vangelo della risurrezione (Mt 28,1–10) mostra che la vita nuova nasce da questa discesa. Il sepolcro vuoto non è negazione della morte, ma il suo attraversamento. Gesù non ha fatto finta di morire!
E così si comprende il senso ultimo del báthos: l’amore è vero quando è capace di scendere fino al fondo senza smarrirsi.
Per noi, questa notte non è solo celebrazione, ma passaggio reale. Siamo chiamati a lasciare un amore superficiale, difensivo, non compromesso, per entrare in un amore che scende, che si espone, che attraversa, che si lega, che si dona, che sa perdere senza smarrirsi, che sa elevare accettando di non innalzarsi, che sa decentrarsi per ritorvarsi.
Solo un amore così può rigenerare. Solo un amore così può far risorgere.
E solo entrando in questa profondità l’uomo ritrova la verità del proprio amare.
Cari fratelli e sorelle, cari amici,
scendiamo nelle profondità di quest’amore… e risorga l’amore vero, risorga la vita vera… in una parola, uscendo dalle finzioni dell’amore, risorga finalmente la vera umanità! L’umanità del Risorto! Alleluja Alleuja!
dom Antonio Perrella +
Qui sotto il video dell'omelia




Commenti