Domenica della Santa Famiglia alla Christiana Fraternitas
- Christiana Fraternitas
- 28 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
"La Santa Famiglia ci insegna che l’amore non è assenza di prove, ma scelta di restare; che la genitorialità è custodia; che la fede cresce nel quotidiano"; sono alcune parole dell'Abate Perrella tratte dalla sua omelia

Sabato 227 dicembre 2025 alle ore 19:30, presso la Cappella "Santi Benedetto e Scolastica" della Casa Apostolica (Abbey House) della Christiana Fraternitas si è svolta la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola nella domenica della "Santa Famiglia".
Testo integrale dell'omelia del Reverendissimo Abate
dom Antonio Perrella
in occasione della Celebrazione della Parola
per la domenica della "Santa Famiglia" 2025

Fratelli e sorelle carissimi, cari amici,
nel tempo dell’Avvento e nel giorno di Natale abbiamo imparato a sostare davanti al presepe, contemplando, domenica dopo domenica, i suoi personaggi. Oggi, nella festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, siamo invitati a fare un passo ulteriore: non guardare più le singole figure, ma l’insieme. Il presepe, infatti, non è una semplice rappresentazione della nascita di Gesù; è una vera icona di relazioni, un Vangelo scolpito nello spazio, che ci parla della famiglia come luogo scelto da Dio per entrare nella storia.
Il Figlio di Dio non nasce nel vuoto, non appare come un adulto già compiuto: nasce dentro una famiglia concreta. Il Vangelo di Luca ci ricorda che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia» (Lc 2,7). Non c’è nulla di idealizzato in questa scena. C’è povertà, precarietà, mancanza di spazio. E il Vangelo di Matteo aggiunge l’esperienza dell’esilio, della fuga, della paura (cf. Mt 2,13-15). La Santa Famiglia è, fin dall’inizio, una famiglia provata.
E tuttavia, proprio dentro questa fragilità, Luca può affermare una delle frasi più dense di tutta la Scrittura: «Gesù scendeva con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomesso» (Lc 2,51). Il Figlio eterno del Padre entra in una relazione filiale reale, quotidiana, fatta di obbedienza, ascolto, apprendimento. Qui si rivela una verità decisiva: Dio non solo si fa uomo, ma impara a vivere da uomo dentro una famiglia, cioè all’interno di un contesto di relazioni di amore, strutturate, ordinate ed equilibrate.
Sant’Ireneo di Lione, già nel II secolo, affermava che Cristo «ha attraversato tutte le età della vita umana per santificarle» (IRENEO DI LIONE, Adversus Haereses, libro II, cap. 22, par. 4, Lione, ca. 180 d.C.). Questo significa che Gesù ha santificato anche la vita familiare ordinaria, quella fatta di lavoro, silenzi, gesti ripetuti, fedeltà quotidiana. Il presepe rende visibile questa teologia: Dio abita ciò che è ordinario.
Nel presepe, le figure non sono mai sullo stesso piano. Il Bambino è al centro, Maria è spesso chinata in atteggiamento di adorazione, Giuseppe rimane leggermente discosto. Eppure, nessuno è superfluo. San Giovanni Crisostomo, commentando il Vangelo di Matteo, osserva che Giuseppe non pronuncia una sola parola, ma obbedisce sempre, diventando così modello di fede concreta (GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sul Vangelo di Matteo, Omelia IV, Antiochia–Costantinopoli, fine IV secolo). La sua paternità non nasce dalla carne, ma dalla responsabilità: è una paternità autentica, fondata sulla custodia.
Il vescovo di Roma, Giovanni Paolo II, riprese questa intuizione nella sua esortazione apostolica Redemptoris Custos (1989), presentando Giuseppe come colui che ha esercitato una vera autorità paterna, non possessiva ma servizievole. Giuseppe ci insegna che l’amore familiare è spesso silenzioso, nascosto, ma decisivo.
Maria, dal canto suo, non domina la scena. Il Vangelo la descrive come colei che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Sant’Ambrogio, nel suo Commento al Vangelo di Luca, presenta Maria come immagine della Chiesa che vive della Parola ascoltata e custodita (AMBROGIO DI MILANO, Expositio Evangelii secundum Lucam, libro II, Milano, ca. 380 d.C.). Maria è madre perché ascolta, perché accoglie, perché crea uno spazio umano in cui il Figlio può crescere.
È nel tessuto vitale di queste relazioni, di questi ruoli responsabilmente assunti e vissuti, che Gesù cresce davvero «in sapienza, età e grazia» (Lc 2,52). Cresce perché inserito in relazioni stabili. Qui si rivela una profonda verità teologica: la grazia non cancella le relazioni umane, ma le assume come suo luogo privilegiato.
La riflessione cristiana sulla famiglia nasce proprio da Nazareth. Il Padre della Chiesa Agostino afferma che Cristo «non avrebbe disdegnato ciò che è venuto a redimere» (AGOSTINO D’IPPONA, Sermones, sermo 51, Ippona, V secolo). Assumendo una famiglia, Cristo redime la famiglia. Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, vede nella vita nascosta di Gesù un atto di obbedienza che ha valore salvifico, perché manifesta l’umiltà di Dio (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, q. 40, XIII secolo).
È patrimonio condiviso della fede cristiana che la famiglia – proprio perché luogo di relazioni di amore – è icona della Trinità e come tale è una piccola Chiesa, una Chiesa domestica. Del resto, prima che il Vangelo si diffondesse a più vasta scala, la stessa esperienza cristiana, l’esperienza di Chiesa era una esperienza di famiglia, fatta di quotidianità, di servizio reciproco, di dialogo e di ascolto, di umiltà feriale.
Anche l’arte del presepe ha sempre espresso questa teologia. Quando san Francesco d’Assisi volle il primo presepe a Greccio nel 1223, non intese creare uno spettacolo, ma rendere visibile l’umiltà dell’Incarnazione (Tommaso da Celano, Vita prima di san Francesco, cap. XXX, Assisi, 1228-1229). Nei cicli pittorici di Giotto, come nella Cappella degli Scrovegni a Padova (inizi XIV secolo), la Natività è una scena di intimità familiare, fatta di sguardi e prossimità. Nei presepi napoletani, la Santa Famiglia è immersa nella vita quotidiana del popolo: segno che Dio nasce dentro la storia reale degli uomini.
Fratelli e sorelle, il presepe non giudica le nostre famiglie; le illumina. Non propone un modello irraggiungibile, ma una sorgente. La Santa Famiglia ci insegna che l’amore non è assenza di prove, ma scelta di restare; che la genitorialità è custodia; che la fede cresce nel quotidiano.
Come scrive Romano Guardini, il cristianesimo vive dell’“ordinario trasfigurato” (Romano Guardini, Il Signore, Brescia, Morcelliana, 1937).
Oggi, guardando il presepe, contempliamo una famiglia che diventa Vangelo. Chiediamo che anche le nostre famiglie, con le loro fatiche e le loro ferite, possano diventare, come Nazareth, luoghi in cui Dio non si sente straniero. Amen.
dom Antonio Perrella
Abate della Christiana Fraternitas
Qui sotto il video dell'omelia





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