Te Deum: "Il tempo che è passato non ci appartiene più, ma la storia che abbiamo contribuito a costruire sì" così un passaggio dell'omelia dell'Abate Perrella
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"La storia non è un errore da correggere, ma un processo da accompagnare [...] Alla fine dell’anno, il fondale del presepe diventa così un esame di coscienza". Anche per la predicazione di fine anno l'Abate Antonio ha continuato la predicazione sul presepe. Nel discorso è stato preso in esame il fondale come presupposto per una riflessione sul tempo.

Mercoledì 31 dicembre 2025 alle ore 17.00, presso la Cappella "Santi benedetto e Scolastica" della Casa Apostolica si è svolta la Celebrazione Capitolare Ecumenica del Vespro e il canto del "Te Deum". Il vespro è stato trasmesso in diretta Facebook per raggiungere quanti desideravano condividere con la Famiglia Monastica il ringraziamento di fine anno.
Testo integrale dell'omelia
dell'Abate dom Antonio Perrella
Sorelle e fratelli carissimi, cari Amici,
con la grazia di Dio siamo giunti al tramonto di quest’anno. Eleveremo il nostro inno di ringraziamento per il cammino che il Signore ci ha fatto percorrere (cf Dt 8, 2) e con la memoria ed il cuore pieni del suo infaticabile sostegno guarderemo all’alba dell’anno nuovo che si presenta dinanzi a noi, con le sue speranze ed i suoi immancabili timori.
Nel corso di queste settimane del tempo di Avvento e di Natale, abbiamo idealmente allestito il nostro presepe. È come se in questo momento lo stessimo guardando per contemplare l’opera compiuta.
Quando ormai abbiamo imparato a riconoscere i volti e i gesti dei personaggi, lo sguardo è condotto quasi naturalmente verso ciò che non parla ma sostiene tutto: il fondale. È ciò che non agisce e tuttavia rende possibile ogni azione, ciò che non ha voce e tuttavia dà senso a ogni parola. Non è un caso che già nei primi presepi ispirati a Francesco d’Assisi, a Greccio nel 1223 secondo la testimonianza di Tommaso da Celano (Vita Prima, XX, 84), l’ambientazione non fosse neutra: la notte, la grotta, il freddo reale erano parte integrante dell’annuncio, quasi a dire che il Vangelo ha bisogno di un luogo e di un tempo concreti per essere compreso.
In alcuni presepi il fondale alterna il giorno e la notte: una luce che avanza lentamente, un’ombra che non scompare mai del tutto. È il tempo. Questa alternanza diventa strutturale soprattutto nella grande tradizione del presepe napoletano del Settecento, dove il cielo mobile, talvolta dipinto, talvolta illuminato artificialmente, segna il passaggio delle ore e suggerisce che la nascita di Cristo avviene mentre il mondo continua a scorrere, indifferente eppure segretamente toccato.
Nei presepi di tradizione più recente il fondale colloca la scena in epoche diverse, in villaggi medievali, in città moderne, talvolta persino tra macerie contemporanee: è la storia. Basti pensare ai presepi ambientati nei quartieri popolari di Napoli, o a quelli novecenteschi che collocano la Natività tra fabbriche, stazioni, periferie, come accade in molte opere di arte sacra contemporanea.
Tempo e storia non sono accessori dell’Incarnazione, ma la sua condizione. Il Dio cristiano non entra nel mondo come un’idea eterna che ignora il divenire, ma come il Verbo che accetta di essere misurato dai giorni e ferito dagli eventi. La Scrittura lo afferma con una densità che non smettiamo mai di esplorare: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4). Il tempo non è semplicemente il contenitore della salvezza, è la materia stessa che Dio assume, come suggerisce plasticamente ogni presepe che osa collocare Betlemme “altrove”, ricordandoci che ogni tempo può diventare pienezza.
I Padri della Chiesa hanno riflettuto a lungo su questo scandalo: l’eterno che accetta il tempo. Sant’Agostino, nel libro XI delle Confessiones, non si limita a confessare l’enigma del tempo, ma lo riconduce all’esperienza interiore dell’uomo davanti a Dio: «Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; ma se qualcuno me lo chiede e tento di spiegarlo, non lo so più» («Quid est ergo tempus? Si nemo ex me quaerat, scio; si quaerenti explicare velim, nescio»: Confessiones, XI, 14, 17; CCL 27, p. 204). Il tempo, per Agostino, non è una semplice successione cronologica, ma distensio animi, distensione dell’anima tra memoria, attenzione e attesa.
Il tempo è il luogo della responsabilità, perché è il luogo della decisione. Non solo perché decidere richiede il tempo della comprensione e della scelta, ma perché comprensione e scelta si installano in un tempo ben preciso e gli danno forma. Il nostro tempo non è uno scorrere neutro di secondi, minuti e ore; è piuttosto la forma che noi diamo alla nostra esistenza attraverso ciò che comprendiamo e scegliamo in un preciso contesto. Proprio per questo, per Agostino, l’Incarnazione non è un episodio isolato del passato, ma l’ingresso di Dio nella distensione inquieta dell’uomo, affinché il tempo non sia solo dispersione, ma ritorno. Anche l’arte del presepe sembra recepire questa intuizione agostiniana quando colloca, accanto alla scena della Natività, figure impegnate nelle attività quotidiane: il venditore, il pastore, il dormiente. Tutti sono presi nel flusso del tempo, ma uno solo, il Bambino, ne rivela il senso.
Gregorio di Nissa, nel Grande discorso catechetico, afferma che Dio assume il tempo per guarirlo dall’interno, come un medico che entra nella ferita: «Colui che è fuori dal tempo entra nel tempo affinché il tempo trovi in Lui il suo compimento» (Oratio Catechetica Magna, 32; PG 45, 80). Nella irruzione dell’Eterno nel tempo, quest’ultimo – il tempo – non è abolito ma trasfigurato. Non è negato, ma orientato.
È questo che il fondale del presepe suggerisce silenziosamente: il giorno e la notte non sono in lotta eterna, ma in cammino verso una luce che non acceca. Nei grandi presepi barocchi, la luce che filtra dall’alto o da un punto nascosto non elimina l’ombra, ma la attraversa, rendendo visibile ciò che prima restava indistinto.
Anche Ireneo di Lione, che più di ogni altro ha pensato la storia come luogo della rivelazione, insiste sul fatto che Dio educa l’umanità nel tempo, con pazienza: «Non era possibile che l’uomo, creato da poco, ricevesse subito la perfezione; occorreva che crescesse e maturasse» (Adversus Haereses, IV, 38, 1; SC 100, p. 958). La storia non è un errore da correggere, ma un processo da accompagnare. Il presepe, con le sue ambientazioni storiche sempre diverse, dice esattamente questo: Cristo non appartiene a un’epoca sola, perché ogni epoca è chiamata a diventare luogo della sua nascita. Non a caso, nei presepi popolari, accanto alla capanna compaiono rovine di templi antichi o palazzi decadenti: segno di una storia che non viene distrutta, ma superata e assunta.
La tradizione ebraica, da cui in un certo senso il cristianesimo nasce, ha una percezione del tempo radicalmente diversa da quella delle civiltà che sacralizzano lo spazio e il potere. Abraham Joshua Heschel scrive: «Il giudaismo è la religione del tempo che aspira alla santificazione del tempo» (The Sabbath, New York 1951, trad. it. Il sabato, Rusconi, Milano 1972, p. 10). Per Heschel il tempo non è ciò che consuma l’uomo, ma ciò che lo rende responsabile davanti a Dio.
È significativo che il cristianesimo collochi l’Incarnazione non in un tempio, ma in una notte, non in un luogo sacro, ma in una storia concreta. Anche il presepe, soprattutto nella tradizione mediterranea, privilegia la notte: una notte abitata, non negata, come se l’arte volesse dire che Dio non attende la piena luce per entrare nella storia.
Dove il tempo è disprezzato o violentato, Dio non è onorato.
Quando il tempo diventa solo strumento di dominio, la storia degenera in conflitto. Qui la riflessione teologica diventa inevitabilmente etica e politica, nel senso più alto del termine. Non esiste incarnazione del Verbo dove i credenti giustificano la guerra, la sacralizzano o la considerano inevitabile. Origene, commentando il Vangelo, afferma con chiarezza disarmante: «Cristo non insegna ai suoi discepoli a uccidere, neppure in nome della giustizia» (Contra Celsum, VIII, 73; SC 150, p. 372). E Basilio di Cesarea, pur vivendo in un contesto di conflitti continui, ricorda che anche quando la violenza sembra necessaria, resta una ferita da curare, non un vanto da esibire (cf Epistula 188, PG 32, 673). Anche qui il presepe parla: nessuna scena della Natività autentica mostra armi, eserciti, trionfi. Il Dio che nasce è inerme, e disarma la storia proprio rifiutando di dominarla.
La teologia luterana, con Dietrich Bonhoeffer, porta questa intuizione fino alle estreme conseguenze: «Solo il Dio sofferente può aiutare» (Widerstand und Ergebung, Gütersloh 1951, trad. it. Resistenza e resa, Queriniana, Brescia 1969, p. 361). Un Dio che entra nella storia non la domina dall’alto, ma la attraversa portando su di sé il peso della colpa e della divisione. Non c’è storia cristiana senza responsabilità per l’altro. Ogni volta che il cristianesimo benedice la violenza, smette di essere storia dell’Incarnazione e diventa mito ideologico. Per questo molti presepi contemporanei collocano la capanna ai margini, lontana dai palazzi del potere: una scelta artistica che è già una confessione di fede.
La tradizione orientale, con Massimo il Confessore, ha espresso questo legame tra tempo, storia e riconciliazione in modo mirabile: «Il mistero dell’Incarnazione del Verbo contiene in sé il senso di tutti i simboli e di tutte le figure della Scrittura» (Ambigua, 7; PG 91, 1088). Tutta la storia trova unità solo quando le divisioni vengono ricomposte in Cristo. Dove la divisione è coltivata, Cristo è tradito. Anche l’icona della Natività, così centrale nella tradizione orientale, non è mai isolata: è sempre inscritta in una visione cosmica, in cui cielo, terra e inferi sono chiamati a riconciliarsi.
Alla fine dell’anno, il fondale del presepe diventa così un esame di coscienza. Il tempo che è passato non ci appartiene più, ma la storia che abbiamo contribuito a costruire sì.
«Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (Sal 90,12): contare non per accumulare, ma per discernere. Non per rimpiangere, ma per convertire. Perché il Verbo continui a farsi carne, non basta ricordare un evento accaduto; occorre permettere che il tempo diventi luogo di pace e la storia spazio di comunione. Solo allora il fondale non resterà sfondo, ma diventerà profezia: il giorno che avanza sulla notte, non con la forza, ma con la fedeltà di Gesù, che ha scelto di abitare il nostro tempo, Lui che è il Principe della Pace, il Dio ammirabile, il Signore per sempre (cf Is 9, 5).
Ora sta a noi, cari fratelli e sorelle, decidere se il veniente 2026 sarà di Gesù oppure no; se sarà dell’amore o della divisione; se sarà della pace o della guerra; se sarà della grazia o del peccato; se sarà della vita o della morte.
dom Antonio Perrella
Abate della Christiana Fraternitas





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