Epiphania Domini: la vigilia celebrata alla Christiana Fraternitas
- Christiana Fraternitas
- 6 gen
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"La sete di cui parliamo, la sete dei Magi, la sete del credete non è un sentimento religioso accessorio: è una necessità vitale. Chi ha questa sete non può restare fermo". Alcune delle parole tratte dall'omelia dell'Abate Antonio Perrella.

Lunedì 5 gennaio 2026 alle ore 19:30, presso la Cappella "Santi Benedetto e Scolastica" della Casa Apostolica alla Christiana Fraternitas si è svolta la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola e la Commemorazione della Cena del Signore "in Epiphania Domini". La preghiera è stata arricchita anche dalla "benedizione" dei gessetti serviti poi per la "benedizione dei magi" fatta alle famiglie nel giorno seguente. L'omelia è stata trasmessa in diretta Facebook per raggiungere quanti desideravano condividere con la Famiglia Monastica l'Epifania del Signore.
Testo integrale dell'omelia
del Reverendissimo Abate dom Antonio Perrella
per la Celebrazione "In Epiphania Domini" 2026
Testo di riferimento Mt 2, 1-18
Ultima predicazione sul tema del "Presepe"
Carissimi fratelli e sorelle, cari amici ed amiche,
i Magi sono l’ultimo tassello per il completamento del nostro presepe.
Quando si allestisce u presepe tutti i personaggi vengono posti in un preciso pungo e li vi rimangono per tutto il tempo. Anche quando il presepe è animato, il suo movimento è solo apparente: un gesto che si ripete, un andare che non giunge mai per citare le statuette meccaniche. È un mondo pacificato, rassicurante, quasi chiuso. Solo specifiche figura sfuggono a questa fissità: i Magi. Essi non hanno un posto definitivo. Il presepe li colloca prima lontani, poi più vicini, poi ancora in cammino, fino al giorno in cui finalmente stanno davanti al Gesù bambino. Possiamo dire allora che il presepe non è mai completo finché qualcuno non si muove. Finché la fede non prende la forma del desiderio.
I Magi sono mossi dalla sete. Non da una curiosità intellettuale, ma da quella mancanza radicale che la Scrittura conosce come esperienza originaria dell’uomo davanti a Dio: «L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente; quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 42,3). La Sacra Scrittura non presenta Dio come un concetto da afferrare, ma come una Sorgente senza la quale l’uomo si inaridisce e il salmo ce lo ricorda bene con le parole: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, di te ha sete l’anima mia, come terra deserta, arida, senz’acqua» (Sal 63,2). La sete di cui parliamo, la sete dei Magi, la sete del credete non è un sentimento religioso accessorio: è una necessità vitale. Chi ha questa sete non può restare fermo…
La spiritualità ebraica ha compreso che questa sete non è un incidente della fede, ma il suo principio. Un midrash su Esodo 17 afferma che Dio fece scaturire l’acqua dalla roccia solo dopo la protesta del popolo, quasi a dire che il dono di Dio non precede il desiderio, ma lo segue. Dio non teme la sete dell’uomo, la provoca e l’attende. Nel Midrash Rabbah Dio dice a Israele: «Apri per me una fessura grande come la cruna di un ago, e io aprirò per te porte attraverso le quali potranno passare carri e cavalli» (Cantico Rabbah 5,2). La salvezza non inizia dalla pienezza, ma da una mancanza accettata. Anche il Talmud ammonisce: «Non si riempie un vaso già colmo» (Berakhot 40a). Chi crede di essere sazio non può, non sa accogliere Dio.
È decisivo che i Magi siano stranieri... Si, perché non possiamo affermare con certezza che appartengono all’Alleanza, quindi è presumibile che non conoscono la Legge, non attendono il Messia. Eppure essi sono in cammino. Questo rivela una verità antropologica profonda: la sete di Dio precede la religione, precede la formulazione della fede, precede persino il nome di Dio. Sant’Ireneo di Lione afferma che «la gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è la visione di Dio» (Adversus Haereses, IV,20,7). Non l’uomo conforme, non l’uomo funzionante, ma l’uomo vivo, desiderante è la gloria di Dio. Agostino lo dirà con una chiarezza che resta insuperata: «Ci hai fatti per te, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te» (Confessioni, I,1). L’inquietudine non è un fallimento della modernità: è il segno che l’uomo non si è ancora rassegnato a vivere senza Infinito.
I mistici sanno che Dio non spegne questa inquietudine, la educa. Teresa d’Avila scrive: «Il desiderio di Dio è una pena così soave e così dolorosa che non si può spiegare» (Castello interiore, VI,11,3). La sete autentica non anestetizza, non consola subito: ferisce. E tuttavia il nostro tempo ha fatto della anestesia del desiderio una strategia di sopravvivenza. Le scienze psicologiche lo confermano: la crescita delle dipendenze, delle compulsioni, dell’iperconsumo non nasce da un eccesso di desiderio, ma dalla sua frustrazione. L’uomo contemporaneo beve per non sentire la sete, non per dissetarsi.
La stella che guida i Magi appare e scompare. Non garantisce sicurezza, non elimina il rischio. Quando scompare, i Magi non tornano indietro. Gregorio di Nissa scrive: «Questo è il vero vedere Dio: non essere mai sazi del desiderio di Lui» (Vita di Mosè, II,239). Qui emerge una critica radicale alla nostra cultura: l’uomo contemporaneo ha sete, ma non sopporta il tempo della sete. Vuole tutto subito, senza attesa, senza cammino. Giovanni della Croce chiamerà questa impazienza spirituale “ingordigia” e dirà : «L’anima che vuole sazietà prima del tempo resta vuota» (Salita al Monte Carmelo, I,6).
Arrivati a Gerusalemme, i Magi sbagliano strada. Cercano Dio nel palazzo. Questo errore non appartiene solo al racconto evangelico: è l’errore delle ideologie moderne. La filosofia politica degli ultimi secoli ha promesso di dissetare l’uomo con sistemi totali: giustizia assoluta, sicurezza totale, libertà senza limiti. Ma le ideologie hanno deluso perché hanno preteso di colmare una sete infinita con strumenti finiti. Il marxismo ha promesso redenzione storica, ma ha generato alienazione; il liberalismo ha promesso libertà, ma spesso ha prodotto solitudine; i nazionalismi hanno promesso identità, ma hanno prodotto esclusione. Non perché questi movimenti di pensiero fossero animati solo da male, ma perché hanno caricato la politica di un compito messianico che non poteva sostenere.
Origene osserva che la stella scompare perché i Magi imparino a non affidarsi solo ai segni (cf Omelie sulla Genesi, XIII). Anche oggi l’uomo confonde segni e sorgenti. Consuma informazione come se fosse sapienza. Accumula esperienze come se fossero senso. Moltiplica connessioni come se fossero comunione. Zygmunt Bauman ha mostrato che la società liquida produce individui cronicamente insoddisfatti, perché nulla è definitivo, nulla è degno di affidamento. È una sete senza alleanza.
La spiritualità ebraica è ancora più radicale su questo punto. Un commento chassidico al Qoèlet afferma: «Chi beve senza sapere di cosa ha sete, berrà sempre invano». E nel Midrash Tehillim si legge che Dio non rimprovera Israele per la sete, ma per le fonti sbagliate. La sete non è il problema. Il problema è dove di va a bere.
Quando i Magi entrano nella casa, trovano un bambino. Qui crolla ogni ideologia. Dio risponde alla sete dell’uomo non con un sistema, ma con una presenza fragile. Ildegarda di Bingen parla del Verbo come viriditas, forza verdeggiante che non domina ma fa crescere (Scivias, I,2). Anche la mistica ebraica parla di devekut, l’“attaccamento” a Dio: non possesso, ma adesione perseverante all’Infinito, showeh tamid, “uguale a Lui nel desiderio”, come insegnano i maestri chassidici. Dio non si conquista: ci si lega a Lui restando in cammino.
«Ho sete» (Gv 19,28). Questo grido di Gesù sulla croce porta la rivelazione al suo vertice. Dio non si limita a suscitare la sete nell’uomo: la assume. Agostino commenta: «Colui che prometteva fiumi d’acqua viva ha voluto aver sete» (In Ioannis Evangelium Tractatus, 28,5). Abraham Joshua Heschel, grande teologo ebreo del Novecento, lo dirà con parole sorprendenti: Dio è sempre «in cerca dell’uomo». La sete allora non è solo dell’uomo verso Dio, ma anche di Dio verso l’uomo.
Camillo de Lellis aveva intuito questa verità nella carne: «Il cuore di Cristo continua ad aver sete nelle piaghe dei poveri» (Lettere, 65). Cercare Dio senza attraversare anche la sete dell’altro è illusione spirituale.
I Magi davanti a Gesù bambino non parlano. Si prostrano. Paolo della Croce scrive: «Chi ama Dio non cerca consolazioni, ma il Dio delle consolazioni» (Lettere, I,241). Qui la sete è purificata: non usa più Dio per colmare un vuoto, ma accetta di essere vuoto per Dio. Giovanni della Croce lo dice con radicalità: «Per giungere a gustare tutto, non voler gustare qualcosa in nulla» (Salita, I,13,11). Questa frase di Giovanni della Croce si trova nella sezione della sua opera mistica in cui egli si sforza di illustrare una pedagogia del desiderio. In essa egli ci insegna che per gustare tutto, dobbiamo gustare le singole cose nel loro vero senso e non nel nulla di ciò che non può soddisfare. Il problema fondamentale del desiderio dell’uomo moderno è che vuole gustare le cose, ma non sa immetterle nel contesto di senso migliore; le gusta per sé stesse fermando così il loro sapore ad un momento senza un significato decisivo ed ultimo. La sete dell’uomo contemporaneo è immobile, si ferma al primo sorso.
L’arte cristiana ha custodito questa verità. I Magi nei mosaici sembrano correre perché la sete non sopporta immobilità. Nei presepi popolari il loro viaggio è lungo, tortuoso, sproporzionato. Anche la tradizione rabbinica afferma: «Il giusto non è colui che arriva, ma colui che cammina» (Bereshit Rabbah 39,8).
I Magi tornano «per un’altra strada» (Mt 2,12). Chi ha incontrato la Sorgente non può più bere alle vecchie cisterne. Da una testimonianza apprendiamo che Tommaso d’Aquino, dopo aver visto ciò che non poteva più dire, ha affermato: «Tutto ciò che ho scritto mi sembra paglia». Non perché inutile, ma perché incapace di saziare.
Nel presepe, i Magi stanno davanti al Bambino. Ma restano per dirci che la fede non è soluzione, ma orientamento; non è risposta che chiude, ma sete finalmente riconosciuta. Perché solo chi accetta di non anestetizzare la sete può davvero mettersi in cammino verso il Dio che viene. Amen
dom Antonio Perrella
Abate della Christiana Frateritas
Qui sotto il video dell'intera omelia.





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