In Nativitate Domini: la veglia di Natale alla Christiana Fraternitas
- Christiana Fraternitas
- 25 dic 2025
- Tempo di lettura: 6 min
"IL presepe è un atto critico. Se il Dio che adoriamo è questo Bambino, allora ogni forma di durezza, di autosufficienza, di dominio, di violenza e di sopraffazione è una contraddizione interna insopportabile al contemporaneo."; sono le parole dell'Abate Perrella nella sua omelia per la Celebrazione della Commemorazione del Natale del Signore 2025.

Mercoledì 24 dicembre 2025 alle ore 23:00, presso la Cappella "Santi Benedetto e Scolastica" della Casa Apostolica (Abbey House) della Christiana Fraternitas si è svolta la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola "in Nativitate Domini" e la Commemorazione della Cena del Signore. La preghiera è stata trasmessa in diretta Facebook per raggiungere quanti desideravano condividere con la Famiglia Monastica l'attesa del Natale.
Testo integrale dell'omelia del Reverendissimo Abate
dom Antonio Perrella
in occasione della Celebrazione della Parola
"In Nativitate Domini" 2025
Testo di riferimento Lc 2, 1-14
conclusione della predicazione sul presepe: Il Bambin Gesù

Carissimi fratelli e sorelle, cari amici,
è giunto il momento decisivo del nostro presepe: collocare cioè l’immagine di Gesù bambino. Questa notte, nel silenzio vigilante della Chiesa, non siamo condotti ad un discorso, ma ad una figura ben precisa. Dopo aver, per tutto il tempo di Avvento, contemplato i personaggi che abitano il presepe, ora siamo posti davanti a ciò che non è semplicemente uno tra gli altri, ma il principio che rende intelligibile tutto il resto: il bambino Gesù.
Il presepe, nella sua struttura più profonda, non è una rappresentazione narrativa, ma una teologia dello spazio. Ogni figura esiste in relazione al Bambin Gesù; ogni gesto, ogni direzione, ogni sosta trova in Lui il proprio orientamento. E tuttavia questo centro non si presenta come ciò che organizza visibilmente, ma come ciò che chiede di essere riconosciuto. Il Bambino non ordina la scena: la espone.
Il racconto lucano è volutamente sobrio fino all’enigma, abbiamo ascoltato: «Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia» (Lc 2,7). La rivelazione non passa attraverso una definizione concettuale, ma attraverso una collocazione. Non ci viene detto chi è il Bambino, ma come Dio sceglie di stare nel mondo.
Le fasce sono il primo segno. Non indicano soltanto la cura materna, ma la realtà dell’assunzione della carne. Sant’Ambrogio insiste su questo punto per evitare ogni lettura simbolista o spiritualizzante, dice: «È avvolto in fasce perché si riconosca la verità del corpo; non è apparenza, ma carne reale»(Expositio Evangelii secundum Lucam, II, 41).
D’altra parte, però, vi sono esempi artistici che si collocano in orizzonte diverso. Talvolta il Bambino viene rappresentato rigido, composto, quasi innaturalmente immobile. Si pensi al Bambino del presepe di Arnolfo di Cambio a Santa Maria Maggiore: non un neonato realistico, ma una figura ieratica. L’arte non cerca il naturalismo, ma afferma che in questo corpo infantile abita il Logos eterno. Qui il Bambino non è un “inizio”, ma una presenza piena.
La mangiatoia è il luogo teologico decisivo. Non è scelta per necessità contingente, ma per coerenza rivelativa. È un luogo di nutrimento, e per questo la tradizione patristica vi ha sempre letto un riferimento eucaristico. San Girolamo è esplicito: «Colui che è il pane disceso dal cielo è deposto in una mangiatoia, affinché tu possa nutrirti di Lui» (Homiliae in Lucam, Hom. 14).
Questa intuizione attraversa il tutto Medioevo. Bernardo di Chiaravalle, parlando del Natale, afferma: «Giace nella mangiatoia Colui che sazia i cieli; si offre come cibo Colui che sostiene l’universo» (Sermones de Nativitate Domini, Serm. I, 2).
Occorre, però, che noi scendiamo nel fondo del significato di questa collocazione. Gesù è collocato in fasce nella mangiatoia e diviene cibo a Betlemme, Bêt Leḥem, che significa letteralmente: Casa del pane(bêt = casa, leḥem = pane). Il ruolo di Betlemme nella storia civile di Israele e dell’Antico Testamento è del tutto marginale: è un luogo agricolo, avulso dai grandi centri di potere. È il luogo dove si pensa all’essenziale: il duro lavoro per il sostentamento necessario. Ed il pane, nella Bibbia, non è certo un cibo di lusso, ma è l’alimento necessario, il pane quotidiano del quale non si può fare a meno. Collocare Gesù in una mangiatoia di Betlemme significa anzitutto che è Lui il pane di cui non possiamo fare a meno, ma significa anche che cibarsi di Lui vuol dire assumere la logica stessa della sua vita. Senza la logica di dono – perché quel bimbo ha iniziato il dono di sé stesso – l’uomo è senza nutrimento, deperisce, si spegne progressivamente.
Forse anche per questo il presepe napoletano ama collocare la mangiatoia tra rovine classiche: il Bambino nasce dove un mondo è giunto al termine e non è più capace di nutrire l’uomo. Anche il nostro tempo, saturo di strutture, di ricerca di potenza, di sopraffazione, di egocentrismo, conosce questa fame di senso, fame di umanità.
Il Bambino è spesso posto a terra. Giotto lo dipinge così nella Cappella degli Scrovegni; l’iconografia orientale lo colloca in una cavità oscura, che richiama il sepolcro. L’arte non separa mai l’Incarnazione dalla Pasqua.Sant’Ireneo offre la chiave interpretativa decisiva: «Il Verbo di Dio si è fatto ciò che noi siamo, per fare di noi ciò che Egli è» (Adversus Haereses, V, Prefazione). Il Bambino a terra non è un dettaglio realistico, ma un’affermazione rivelativa: Dio entra nella condizione umana senza riserve, fino alla possibilità della morte. L’abbassamento non è un momento provvisorio, ma la forma stessa della rivelazione.
La nudità del Bambino, così insistita in molte rappresentazioni occidentali — basti pensare alla Natività di Correggio — non è un artificio emotivo, ma una scelta teologica radicale. Dio rinuncia a ogni difesa simbolica. Si espone allo sguardo, e dunque alla violenza, tanto che Erode lo cercherà per ucciderlo.
Il presepe, in fondo, dice un paradosso: il mondo che si impone è in rovina; in questo mondo un Bimbo nasce e si lascia porre nudo a terra per dirci che solo nell’umiltà che si dona si apre la possibilità della riedificazione dell’umanità. Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, leggendo questo mistero, afferma che l’umiltà dell’Incarnazione non è un accidente, ma appartiene all’ordine stesso della salvezza (cf. STh III, q.1, a.2). Dio salva non malgrado l’umiltà, ma attraverso di essa.
Il Bambino tace. E il suo silenzio è carico di giudizio. Sant’Agostino scrive: «Colui che tace nella mangiatoia è lo stesso che governa il mondo»(Sermo 184, 3). Il silenzio del Bambino è una parola rivolta a ogni epoca che confonde la salvezza con la forza. Il nostro tempo, frenetico, rumoroso, attraversato da conflitti che pretendono di essere razionali e finiscono per essere disumani, non è lontano da Betlemme: è Betlemme senza adorazione.
Un mondo che non sa più fermarsi davanti a ciò che è piccolo è un mondo che ha smarrito il senso del limite e, con esso, il senso dell’uomo.
Romano Guardini osserva che l’Incarnazione non risolve la tensione della storia, ma la porta alla sua verità: Dio non elimina il dramma, lo abita (Il Signore, I). Il Bambino non toglie il conflitto, ma rivela che la violenza non è una necessità ontologica, bensì una scelta.
Ora forse comprendiamo perché il mondo contemporaneo non sa e non vuole più fare il presepe. Preferisce l’anestesia del villaggio di Babbo Natale.
Perché il presepe è un atto critico. Se il Dio che adoriamo è questo Bambino, allora ogni forma di durezza, di autosufficienza, di dominio, di violenza e di sopraffazione è una contraddizione interna insopportabile al contemporaneo.
Il presepe mostra potentemente a questo mondo l’esito ferale che esso stesso si sta preparando con la sua arroganza; e gli sbatte in faccia anche la soluzione: l’umile, nuda, povera, disarmante, pacificante bellezza di un Bambino.
Questa notte non siamo chiamati a capire tutto, ma a stare. A sostare davanti al Bambino come davanti a una forma che disarma le nostre categorie. A lasciare che la sua piccolezza smonti le nostre pretese di grandezza.
Perché se Dio ha scelto di manifestarsi così, allora ogni violenza è una menzogna, ogni salvezza che non passi per l’umiltà è illusoria, e ogni pace che non nasca dalla conversione è fragile.
E forse solo così, nel silenzio di questa notte, il Bambino deposto nella mangiatoia può ancora salvare l’umano. Amen.
dom Antonio Perrella
Abate della Christiana Fraternitas






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