Veglia di Pentecoste 2026 alla Christiana Fraternitas
- 24 mag
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"La Pentecoste non è un episodio chiuso nel passato. È il respiro sempre vivo della Pasqua. È il Risorto che non resta esterno alla nostra vita, ma entra nel cuore, nella carne, nella memoria, nelle ferite, nei desideri, nelle parole, nel silenzio dell’umanità.". Alcune parole dell'omelia dell'Abate dom Antonio Perrella per la Celebrazione Capitolare Ecumenica della Parola nella Solennità di Pentecoste.

Anche alla Christiana Fraternitas, presso la Cappella "Santi Benedetto e Scolastica" di Abbey House, sabato 23 maggio 2026 alle ore 20 si è celebrata la veglia di Pentecoste. La lode della Comunità per i doni dello Spirito si è tenuta in tre momenti: la Celebrazione della Parola, la Commemorazione della Cena del Signore e la benedizione per l'olio e l'unzione per tutti i presenti.
Riportiamo qui sotto il testo integrale dell'omelia
del Rev. mo Abate dom Antonio Perrella
in occasione della veglia di Pentecoste
Testo di riferimento Gen 11,1-9; Es 19,3-8,16-20b; Ez 37,1-14; Gl 3,1-5; Rm 8,22-27; Gv 7,37-39
La grazia dell’unzione e il profumo dello Spirito

Fratelli e sorelle, carissimi, cari amici ed amiche,
questa sera la Chiesa veglia. Veglia come una sposa che non vuole addormentarsi mentre attende il dono dello Sposo. Veglia come Maria e gli Apostoli nel cenacolo. Veglia come la creazione intera di cui parla Paolo: una creazione che geme e soffre le doglie del parto; geme perché attende di essere trasfigurata. Questa sera, veglia anche questa nostra comunità monastica, nata per essere luogo di preghiera, di ascolto, di ospitalità, di fraternità, di unità; luogo in cui la differenza non sia paura, ma ricchezza; luogo in cui ogni battezzato possa ricordare di essere stato unto in Cristo, sacerdote, re e profeta.
Questa sera non celebriamo soltanto un ricordo. Non diciamo semplicemente: un giorno, a Gerusalemme, lo Spirito discese sugli apostoli. La Pentecoste non è un episodio chiuso nel passato. È il respiro sempre vivo della Pasqua. È il Risorto che non resta esterno alla nostra vita, ma entra nel cuore, nella carne, nella memoria, nelle ferite, nei desideri, nelle parole, nel silenzio dell’umanità.
La Veglia ci ha fatto attraversare la grande storia dello Spirito. Prima Babele: gli uomini vogliono farsi un nome, costruire una città e una torre, salire al cielo con la forza delle proprie mani. Ma quando l’uomo cerca l’unità senza Dio, produce dominio; quando vuole cancellare la differenza, genera confusione; quando vuole farsi un nome proprio, perde il nome del fratello. Pentecoste non cancella le lingue, ma le rende capaci di comunione. Lo Spirito non uniforma: armonizza. Non appiattisce: accorda. Non produce un popolo muto, ma un popolo polifonico.
Poi il Sinai: fuoco, nube, voce, alleanza. Dio scende, e il popolo trema. Ma nella Pentecoste il fuoco non rimane più soltanto sulla montagna: scende dentro l’uomo. La legge non resta incisa su tavole di pietra: viene scritta nei cuori. La liturgia ci ha fatto pregare perché Dio faccia «un rogo solo dei nostri orgogli» e distrugga «gli odi e le armi di morte». È una preghiera dura, necessaria. Perché il primo altare che lo Spirito deve purificare è il nostro cuore. Prima delle guerre del mondo ci sono le piccole guerre che custodiamo dentro: risentimenti, giudizi, rivalità, freddezze, parole che feriscono, silenzi che puniscono.
Poi Ezechiele ci ha condotti nella valle delle ossa aride. È una delle immagini più potenti della Scrittura. Ossa secche, speranza svanita, popolo perduto. Ma lo Spirito entra, e ciò che era morto torna a vivere. Questa è la Pentecoste: Dio non profuma ciò che è morto per nasconderne il cattivo odore; Dio lo risuscita. Non mette un velo sulle nostre aridità; le visita. Non disprezza le nostre ossa secche; vi soffia dentro il suo alito.
E Gioele ha spalancato la promessa: «Effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo». Non solo sui forti, non solo sui puri, non solo sui perfetti, non solo sui ministri, non solo sui sapienti. Figli e figlie, anziani e giovani, schiavi e schiave. Lo Spirito rompe le gerarchie della presunzione religiosa. Nessuno può dire: lo Spirito è mio. Nessuno può dire: l’altro ne è escluso. La Pentecoste è la festa della sovrabbondanza: Dio versa, Dio effonde, Dio trabocca del suo Santo Spirito.
E infine il Vangelo. Gesù si alza e grida: «Se qualcuno ha sete, venga a me». L’immagine del Cristo che grida è potente. Non parla a bassa voce, non sussurra un insegnamento per pochi iniziati. Grida, perché la sete dell’uomo è grande. Grida, perché il mondo ha sete. Grida, perché ci sono uomini e donne che hanno smesso persino di riconoscere la propria sete.
E promette: «Fiumi di acqua viva». Non qualche goccia. Non una consolazione minima. Fiumi. Lo Spirito non è una decorazione dell’anima devota; è una sorgente che spacca la pietra, che apre passaggi, che scava vita dove sembrava esserci soltanto sterilità.
In questa notte, dentro questo cammino della Parola, noi benediremo l’olio e riceverete l’unzione sul capo. Questo gesto è una memoria viva. È come se la Chiesa dicesse a ciascuno: “Ricordati chi sei. Ricordati cosa porti. Ricordati che non sei soltanto la somma delle tue stanchezze, delle tue paure, dei tuoi peccati, dei tuoi fallimenti. Tu sei un unto. Tu porti una traccia dello Spirito. Tu sei stato toccato da una grazia che ti precede e ti supera”!
San Cirillo di Gerusalemme, parlando ai neofiti dell’unzione crismale, ammoniva: «non pensare che sia semplice unguento. Dopo l’invocazione – diceva – esso non è più un olio comune, ma dono di Cristo; mentre il corpo viene unto con l’olio visibile, l’anima è santificata dallo Spirito Santo e vivificante» (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogica III, 3).
E non basta! Con ancor più audacia incalza: «siete diventati “cristi”, cioè unti, perché avete ricevuto il segno dello Spirito Santo» (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogica III, 1). Non perché sostituiamo Cristo, ma perché partecipiamo a lui. Non perché possediamo lo Spirito, ma perché lo Spirito possiede noi.
Allora l’unzione di questa sera domanda alla nostra coscienza: siamo consapevoli della meraviglia che portiamo? Siamo consapevoli della grazia che ci è stata versata addosso? O siamo diventati cristiani opachi, cristiani senza profumo, credenti che hanno ricevuto l’olio ma non lasciano trasparire la luce?
L’olio ha una sua umiltà. Non fa rumore. Penetra. Lenisce. Fortifica. Profuma. Nella Scrittura unge i re, i sacerdoti, i profeti; cura le ferite; rallegra il volto; consacra ciò che appartiene a Dio. L’olio non grida, ma lascia una traccia. Così dovrebbe essere la vita spirituale. Non ostentazione, ma irradiazione. Non durezza religiosa, ma profumo. Non parole sante sopra una vita chiusa, ma una vita che, anche senza parlare troppo, lascia intuire il passaggio dello Spirito.
San Paolo dice: «Noi siamo il profumo di Cristo». È una parola che questa sera dobbiamo lasciarci mettere addosso come una veste e come un giudizio. Siamo profumo di Cristo? Oppure portiamo nel mondo lo stesso odore acre dell’egoismo, dell’aggressività, della lamentela, dell’invidia, della violenza verbale, dell’indifferenza, del ripiegamento su noi stessi, della ricerca solo dei nostri fini e progetti?
Il mondo, fratelli e sorelle, spesso ha cattivo odore. Odore di guerre che non finiscono. Odore di sangue versato. Odore di bambini affamati. Odore di città ferite. Odore di relazioni marcite dall’interesse. Odore di corpi usati, di poveri scartati, di anziani dimenticati, di giovani svuotati. Odore di un io che diventa idolo e occupa tutto lo spazio.
E proprio in questo mondo lo Spirito unge i cristiani. Non perché fuggano dal cattivo odore della storia, ma perché vi portino un altro respiro. Non perché si sentano migliori, ma perché diventino segno che un’altra vita è possibile. L’unzione non ci separa dal mondo: ci manda nel mondo con il profumo di Cristo.
Sant’Ambrogio, spiegando i misteri ai nuovi battezzati, diceva: «Apri le tue orecchie, respira il buon profumo della vita eterna»; e poi ricordava al cristiano: «hai ricevuto il sigillo dello Spirito, custodisci ciò che hai ricevuto» (Ambrogio di Milano, De mysteriis, I, 3; VII, 42).
Custodisci ciò che hai ricevuto. Questa è una parola monastica. Custodire. Non possedere. Non sprecare. Non banalizzare. Custodire il fuoco perché non diventi cenere. Custodire il silenzio perché non diventi vuoto. Custodire la fraternità perché non diventi convivenza fredda. Custodire l’unità perché non diventi slogan. Custodire l’olio perché non perda il suo profumo.
La nostra Comunità monastica della Christiana Fraternitas porta nel suo stesso nome una vocazione: essere fraternità cristiana, e dunque essere spazio in cui l’unzione non è privilegio, ma servizio. Uno spazio ecumenico, dove si impara che lo Spirito eccede i nostri confini; uno spazio benedettino, dove la preghiera diventa forma della vita; uno spazio ospitale, dove chi è ferito, lontano, marginale, disorientato, possa sentirsi non alla periferia del cuore di Cristo, ma al centro della sua compassione.
Ma questa vocazione è esigente. Perché l’unzione non tollera una vita doppia. Non possiamo essere unti e poi vivere come se il fratello fosse un fastidio. Non possiamo ricevere olio sul capo e avere pensieri avvelenati nel cuore. Non possiamo cantare lo Spirito e poi rifiutare di perdonare. Non possiamo invocare l’unità delle Chiese e poi custodire piccole scomuniche domestiche, piccole esclusioni, piccole superiorità. Non possiamo ricevere l’unzione di consacrazione e poi fare una vita senza unzione, una vita come se non fosse di consacrati, cioè di persone che hanno liberamente dato a Dio la Signorìa sulla loro esistenza.
Basilio di Cesarea diceva che per mezzo dello Spirito veniamo restituiti al paradiso, risaliamo al Regno, ritroviamo l’adozione filiale e possiamo chiamare Dio Padre (cf Basilio di Cesarea, De Spiritu Sancto, XV, 36).
Ecco cosa avviene questa sera. Non riceviamo un gesto emotivo. Riceviamo una memoria del paradiso. Una nostalgia del Regno. Una forza di figli. Una libertà nuova per chiamare Dio Padre e per riconoscere l’altro come fratello.
Anche un antico testo liturgico, la cosiddetta Tradizione apostolica, dopo il battesimo conosceva l’unzione con l’olio e una preghiera perché i battezzati fossero resi capaci di servire Dio secondo la sua volontà. L’olio non era un gesto chiuso in sé stesso: apriva alla preghiera comune, al bacio di pace, all’offerta, alla vita della Chiesa.
Così anche questa sera. L’unzione sul capo non finisce sul capo. Deve scendere nella mente, perché pensiamo secondo lo Spirito. Deve scendere negli occhi, perché impariamo a vedere il fratello non come rivale ma come dono. Deve scendere sulle labbra, perché le nostre parole guariscano e non feriscano. Deve scendere nelle mani, perché diventino mani di servizio. Deve scendere nei piedi, perché camminino verso chi attende consolazione.
L’olio che riceveremo ricorda il crisma. E il crisma, nella grande tradizione della Chiesa, è olio profumato. Il profumo non serve a sé stesso. Si dona. Si diffonde. Non trattiene. Non fa rumore, ma cambia l’aria. Una persona spirituale dovrebbe essere così: non invadente, ma necessaria; non rumorosa, ma capace di rendere respirabile l’ambiente in cui vive.
Allora chiediamoci, davanti allo Spirito: la mia presenza rende più respirabile l’aria di casa, della comunità, della Chiesa, del lavoro, del mio impegno sociale o politico, della città? Oppure l’appesantisce? Porto pace o porto tensione? Porto riconciliazione o porto sospetto? Porto fiducia o porto veleno? Chi mi incontra sente qualcosa del profumo di Cristo, o sente soltanto l’acre olezzo del mio io?
Questa è la serietà della Pentecoste. Lo Spirito consola, ma non addormenta. Lenisce, ma non anestetizza. Profuma, ma non copre la corruzione. Lo Spirito è fuoco: brucia ciò che deve bruciare. È vento: scompiglia ciò che è fermo. È acqua viva: scava ciò che è duro. È olio: penetra ciò che è ferito. È profumo: rivela la presenza nascosta di Dio.
Fratelli e sorelle, questa sera benediciamo l’olio perché sia segno di una vita benedetta. Riceviamo l’unzione perché la Pentecoste non resti sopra di noi, ma entri dentro di noi. Lasciamoci ungere non solo sulla pelle, ma nella memoria. Lasciamoci ungere nelle ferite che ancora bruciano, nelle stanchezze che non confessiamo, nelle paure che ci irrigidiscono, nei peccati che ci rendono aridi.
E poi portiamo questo profumo fuori… A Taranto, la nostra Città che con l’assassinio Bakary, per mano figli nostri, scopriamo essere ancora più bisognosa di quanto pensavamo. Nelle case. Nei luoghi dove si soffre. Dove si litiga. Dove si è soli. Dove si è smesso di sperare. Dove l’aria è pesante. Dove la vita sembra diventata valle di ossa secche…
Lo Spirito può ancora fare ciò che ha promesso: aprire i sepolcri, ridestare i morti, unire le lingue, bruciare gli odi, far sognare gli anziani, dare visioni ai giovani, far profetare figli e figlie, rendere la Chiesa una Pentecoste vivente.
Vieni, Santo Spirito.
Vieni come fuoco sui nostri orgogli.
Vieni come acqua nella nostra sete.
Vieni come respiro sulle nostre ossa aride.
Vieni come olio sulle nostre ferite.
Vieni come profumo nella nostra vita.
E fa’ che, uscendo da questa veglia,
nessuno di noi dimentichi la meraviglia che porta:
essere unto in Cristo,
abitato dallo Spirito,
mandato nel mondo non a diffondere l’odore dell’egoismo,
ma il profumo della carità, della pace, dell’unità e della vita nuova in te.
Amen.
dom Antonio Perrella +





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